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1949. Modena Fonderie Riunite, la serrata lascia 560 operai senza lavoro

1949. Modena Fonderie Riunite, la serrata lascia 560 operai senza lavoro

Si inasprisce la lotta sindacale che porterà all’eccidio degli operai il 9 gennaio

MODENA. Chi gira oggi per le città vede purtroppo spessissimo serrande di negozi o muri imbrattati con lo spray. Anche a Modena nel dopoguerra era così, ma come dice la “Gazzetta” erano prevalentemente scritte politiche: “I nostri muri sono una grande lavagna sulla quale sono ripetute le stesse parole, le stesse figure migliaia e migliaia di volte; una lavagna sulla quale quasi sempre hanno scritto scolari ignoranti che non sapevano nemmeno se in “democrazia” ci si dovesse mettere la zeta o l’esse; una lavagna sporcata dagli alunni in assenza del maestro con frasi ingiuriose, volgari, all’indirizzo di persone onestissime, frasi degne di gente barbara, non di gente civile come noi riteniamo di essere: “Tizio è un criminale”; “La democrazia si salva votando per Caio”.

Nello stabilimento della SIPE a Spilamberto si alza un tragico boato, e un attimo dopo l’esplosione la gente comprende subito quello che era successo: “Non si conosceva il numero delle vittime, ma si sapeva come poteva essere avvenuta la sciagura. Si trattava del reparto ove si prepara il nitro-cotone; e i tecnici e gli operai sanno che se viene a mancare l’acqua nella centrifuga che impasta questo composto si ha, come immediata conseguenza, l’incendio o l’esplosione. Così è avvenuto ieri sera”. E l’operaio che era lì al lavoro è purtroppo deceduto. Il 20 ottobre la città è in festa perché tornano le reliquie del Beato Marco da Modena. Era nato probabilmente a Mocogno (che poi sarebbe diventata Lama Mocogno) ed era morto a Pesaro nel 1498, dove riposavano i suoi resti. Beatificato da Pio IX nel 1857, la sua salma viene portata in Duomo tra ali di folla per essere poi collocata nella chiesa di San Domenico. Come spesso accade, in novembre piove molto (dal primo novembre al 25 dello stesso mese sono caduti 180 mm. di pioggia!) e il Secchia ha straripato, e anche il Panaro è gonfio, e ha inondato i terreni golenali. I Vigili del Fuoco intervengono con barconi per trarre in salvo alcune famiglie.

Più difficile è salvare mucche e maiali. In quell’anno, come forse accadde altre volte in altre famiglie, tornò da Parigi per la prima volta e unica volta, per un breve soggiorno, vestito elegantemente e con soldi in tasca, Augusto, il fratello più giovane di mio nonno Arturo. Era scappato in Francia nel 1920 per non fare il servizio militare, e per le sorelle Clotilde e Annetta, e i fratelli Romolo, Giuseppe, Giulio, che facevano i facchini e abitavano alla Crocetta in case povere, fu un avvenimento straordinario. Il traffico in città e in provincia è in aumento, ma sono anche in aumento in modo esponenziale gli incidenti. Negli ultimi quattro mesi del 1949 gli incidenti sono stati ben 120, e hanno provocato purtroppo 20 morti e 160 feriti. In Provincia il numero dei reati è altissimo. Alcune statistiche: “Ci sono stati 4 omicidi, 6 tentati omicidi, 4 violenze carnali, 93 lesioni, 714 furti semplici, 179 furti con scasso, 505 furti aggravati, 9 rapine, 9 estorsioni, 44 truffe, 11 peculati, 19 falsità in valori, 25 suicidi, 15 tentati suicidi, 43 morti per incidenti stradali e sul lavoro, 508 feriti in incidenti analoghi, 150 fermi in città per ragioni di moralità, 11 donne ricoverate perché affette da malattie veneree”. Proseguendo, “nel nostro ospedale sono entrati durante l’anno 9.581 nuovi ammalati, 8.911 sono stati dimessi e 245 sono deceduti.  


Al Monte dei Pegni sono stati depositati 1.640 oggetti preziosi per un importo di 7.700.000 lire e 2.056 oggetti non preziosi per 3.920.000 lire. I Vigili Urbani hanno punito gli indisciplinati con 15.136 contravvenzioni. Il Comune di Modena ha inviato 1.170 bimbi alla colonia marina, 409 alla colonia montana, 221 a quella fluviale, 39 alle cure termali e 159 a campeggi alpini. Nell’industria sono state fatte 679.645 ore di sciopero”.

E questo è il più grave problema nella città.

Le serrate nelle fabbriche modenesi in quell’anno erano state moltissime: la fonderia Valdevit, la Carrozzeria Padana, la Maserati Alfieri e Candele, la Martinelli che produceva attrezzature agricole, le Ceramiche SAIME di Sassuolo, Crotti di Campogalliano, che produceva bilance, il pastificio Luigi Della Casa.



Mi sono chiesto che cosa fosse esattamente una “serrata”, e sono andato a leggermi l’Enciclopedia Treccani: “Temporanea chiusura di un impianto produttivo, imposta dall’imprenditore al fine di provocare l’interruzione del rapporto di lavoro con un gruppo di dipendenti che rifiutano di aderire alle condizioni contrattuali dettate dall’imprenditore stesso. Mentre nello sciopero l’iniziativa è assunta dai lavoratori, nella serrata è l’imprenditore che decide di interrompere l’attività produttiva e quindi lavorativa. A differenza dello sciopero, la serrata è priva di tutela costituzionale e costituisce una forma di protesta liberamente esercitabile dal datore di lavoro, il cui svolgimento non lo esonera però dal dover adempiere le obbligazioni derivanti dal contratto di lavoro durante il periodo di chiusura dell’attività produttiva”.

Ai primi di dicembre l’industriale Orsi ordina per la seconda volta la “serrata” alle Fonderie Riunite, e 560 lavoratori restano disoccupati per rappresaglia al rifiuto di accettare le sue pretese di licenziare 300 lavoratori scelti dalla direzione, tra cui gli attivisti sindacali.

Come i Modenesi sanno si aprì una vertenza con tragiche conseguenze, interpretata ovviamente in modo diametralmente opposto dalla “Gazzetta”, favorevole agli industriali, e dalla stampa comunista.

Scrive la “Gazzetta” il 23 dicembre: “Modena è il laboratorio di tutti gli esperimenti estremisti. È accaduto a Modena ciò che non è accaduto, e non avrebbe potuto accadere, in nessun’altra città. A Modena i lavoratori dell’industria o sono “fedelissimi”, fino al suicidio, alle direttive del partito o (salvo qualche eccezione) sono ancora vittime di un complesso di inferiorità e di paura rispetto agli “attivisti” per cui, praticamente, il P.C. può manovrare a suo piacimento tutta la massa. E l’ha manovrata, infatti, senza scrupolo alcuno. Il P.C. si è proposto, per scopi politici fin troppo evidenti (aumentare la disoccupazione, la miseria, e quindi crearsi un ambiente favorevole) di mandare in malora l’industria e, almeno a Modena, c’è in gran parte riuscito.



Ora, di fronte alle gravi dolorosissime conseguenze di questo stato di cose, le chiacchiere sono perfettamente inutili. Si accusano gli industriali di essere gli “affamatori del popolo” perché chiudono gli stabilimenti. Quando una azienda si trascina per mesi e mesi in passivo, quando ogni tentativo di risanarla mediante l’aumento di produzione viene sistematicamente boicottato, che cosa può fare l’industriale? … Si dice anche, da più parti, che gli industriali hanno avuto paura di colpire gli indisciplinati, i sabotatori. Questa è una affermazione ingenua. Tutte le volte che hanno tentato di prendere provvedimenti disciplinari i dirigenti delle aziende hanno cozzato contro un muro. Non si poteva licenziare un saldatore, perché tutte le maestranze, comuniste o no, volenti o nolenti, si opponevano, entravano in agitazione … Non è dunque possibile prendere provvedimenti disciplinari contro i singoli individui perché i più indisciplinati sono anche i più tenacemente difesi dalle organizzazioni politiche. E infine, specialmente in questi ultimi tempi, più che episodi di indisciplina individuale, si verificano agitazioni collettive alle quali prendono parte, per timidezza e ignavia, anche i lavoratori non comunisti. La situazione è dunque assai grave. Esiste un contratto di lavoro. Gli industriali lo rispettano. Le maestranze si rifiutano di rispettarlo e la legge non interviene per imporre anche ai lavoratori l’osservanza di tale contratto. Qui sta tutto il male … Si dirà, i disoccupati, i capi famiglia senza lavoro, i mutilati, i reduci, i partigiani, tutti coloro che sono entrati negli stabilimenti industriali senza una competenza specifica, senza essere in grado di dare un adeguato rendimento, si dirà che tutti costoro hanno diritto di vivere. D’accordo. Il problema è gravissimo e dolorosissimo. Tutti hanno diritto di vivere. Ma qui, se mai, è lo Stato che deve intervenire, che deve dare a costoro almeno lo stretto indispensabile per vivere.


I lavoratori devono rendersi conto, finalmente, di come stanno le cose. La situazione è gravissima. Quelli, è ora di dirlo, che sono esclusivamente al servizio di un partito, che lavorano solo nell’interesse del partito, è giusto che il salario lo vadano a riscuotere soltanto alla sede del partito. Gli altri devono ribellarsi alla schiavitù imposta dai politicanti. È venuto il momento di prendere posizione decisamente e chiaramente, nell’interesse e per la salvezza di tutti.

Finora gli amorfi, i non attivisti, gli scontenti si sono trovati in una condizione di inferiorità. Si vergognavano quasi, erano disprezzati dagli “attivisti”, e obbedivano sempre, timidamente.

Ora le posizioni devono essere invertite. La vergogna è dalla parte degli “agitatori”, soli responsabili della situazione che si è venuta creando. Essi meritano il disprezzo dei lavoratori coscienziosi. Solo a patto che questo stato d’animo si affermi potremo sperare nella salvezza e nella rinascita dell’industria modenese”.

Si fanno continuamente incontri in Prefettura, senza esito, e “la Direzione delle Fonderie Riunite di Ghisa Malleabile – nonostante l’opposizione delle Organizzazioni dei Lavoratori ad un accordo consensuale – tenendo conto delle esigenze della produzione e delle necessità dei lavoratori, riconferma la sua decisione di riaprire lo stabilimento alla data del 9 gennaio 1950 con immissione di un primo scaglione di n. 250 dipendenti suddivisi secondo l’organico all’uopo predisposto. Invita il personale ex dipendente a presentare – non oltre il 4 gennaio 1950 – domanda di assunzione, sulla quale la Ditta si riserva adottare le proprie determinazioni”, vale a dire sceglierà chi assumere.

Arriva il nuovo Questore, Arturo Musco. “Ha cinquant’anni, è di origine napoletana. Proviene da Roma dove ricopriva la carica di Vice Questore Vicario. In tale veste ha diretto personalmente i più importanti servizi d’ordine della capitale. È un funzionario dotato di eccezionale preparazione tecnica e professionale”.

Il 17 ottobre inizia l’anno scolastico. Io compio gli anni il 18, e andai in Prima. Le mie Scuole Elementari erano in Via Paolo Ferrari. Mia nonna mi accompagnava a piedi da metà Via Nonantolana, passando sul Cavalcavia della Ferrovia.

Era una classe mista, ed eravamo solo in dodici, perchè nel 1943 erano nati pochi bambini. Ricordo una bambina bionda piccolina, che si chiamava Egle, con forse qualche problema. Fu bocciata. Allora purtroppo era così.

Il 7 gennaio, dopo l’Epifania, non tornai a scuola. Era pericoloso. Il 9 gennaio alle Fonderie Riunite, poco lontano dalle mie Elementari, la polizia uccise 6 scioperanti.

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

(24, continua)


 

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