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Cabaret, Vergassola allo Storchi di Modena festeggia i 25 anni del Festival

«Non so bene cosa proporrò - spiega - penso qualche stupidaggine sull’attualità. Ma l’importante è questa manifestazione, un traguardo per la comicità italiana»

MODENAAtto finale, alle 21 di oggi, al Teatro Storchi, della 25esima edizione del Festival Cabaret Emergente che festeggia i suoi primi 25 anni. I “magnifici sette” finalisti, usciti da una rosa di circa 250 iscritti, si giocheranno la vittoria di questo prestigioso traguardo che fa della manifestazione modenese una tra le più longéve in I. talia.

Sfileranno sul palco del Teatro Storchi: Enrico Balboni (Ferrara), il Trio I Vanofossati (Ravenna/Roma/Genova), Juri Primavera (Milano), Oscar Strizzi (Chieti), Superzero (Monza), Giulia Trippetta (Terni), Nicola Virdis (Sassari). Ospiti Dario Vergassola, uno dei più arguti e intelligenti attori comici, teatrali e cinematografici italiani; Giovanni D'Angella, da Colorado Cafè; Andrea Ferrari, nei panni del Fonico retrò Mauro e con un'altra sorpresa.

Lo show sarà impreziosito dalla presenza della cantante Alexia. Lo spettacolo sarà aperto da Vito Caccatella, ballerino “molto originale”. Presenta il patron Riccardo Benini. Restano disponibili biglietti di prima e seconda galleria al costo di 10 euro, che si possono acquistare direttamente oggi al Teatro Storchi, dalle 10 alle 14 e dalle 16.30 in poi.

Sono una valanga di battute gli spettacoli di Dario Vergassola. Monologhi che porta in giro già da diversi anni e sono momenti di risate, freddure e musica, che però nascondono una malinconia e un amore per la propria terra: La Spezia. Spettacoli semplici nella loro composizione e incredibilmente ritmati, come solo la parlantina “vergassoliana” può rendere interessanti.

Dario, cosa proporrai allo Storchi, visto anche il tempo contenuto a disposizione?

«È difficile racchiudere in poco tempo il mio repertorio. Dirò qualche stupidaggine attingendo sull'attualità ma la cosa importante è festeggiare i 25 anni del Festival, un traguardo importante per tutto il cabaret».

Stai portando in giro lo spettacolo “Sparli con me” in cui racconti aspetti della vita.

«La formula è fondamentalmente il cazzeggio. È una cosa che si chiamava cabaret e che oggi si chiama “stand up’. È una raccolta di interviste di belle gnocche, un po' di politica e un po' di attualità che racconto tutto insieme. Cerco di proporre della satira su quello che si sente in giro. Ma è anche un momento di improvvisazione con il pubblico».

La tua satira viene definita irriverente. Ti piace mettere in imbarazzo gli ospiti?

«È molto divertente. A volte non capiscono le domande e rispondono anche meglio. Con i politici è un filone che va sempre bene. Mia moglie dice che finché non se ne accorgono è preferibile andare avanti».

Sei più artista teatrale o discografico visto che hai inciso solo due dischi?

«Quando devi fare discografia non sai mai realmente cosa fare. E io, in più, sono anche molto pigro. Il primo album era piaciuto, quindi è arrivato il secondo disco che è stato il Meglio di... Però il fatto che, di questi due dischi, non ne abbia venduti, anche se la gente è venuta in teatro per sentirli dopo vent'anni, è significativo. Se poi, invece, questi album avessero avuto successo, la gente non sarebbe venuta più a sentirmi perché li avrebbe già avuti in casa e li avrebbe già ascoltati».

Sei approdato a Zelig mentre lavoravi come operaio al porto.

«Facevo la strada della Cisa avanti e indietro. Era un’emozione andare a Milano, Zelig era poco più di un bar, sul palco gente come Milani o Aldo e Giovanni, giocavo a biliardino con Paolo Rossi. Elio e le Storie Tese mi facevano ascoltare i provini in macchina, doveva ancora uscire l’album. Poi tornavo a casa alle cinque e andavo a lavorare. Avere un secondo lavoro mi permetteva di vedere il cabaret come una specie di hobby. I miei colleghi si disperavano per una serata storta, io no. Mi consideravo un privilegiato a fare l’operaio. E poi c’è sempre stata mia moglie ad aiutarmi nel ridimensionare le cose».


Al Maurizio Costanzo Show cantavi “Non me la danno mai”. È ancora così?

«Non è cambiata una virgola perché continuo ad essere fedele alle cose che faccio. E se me la danno non la prendo altrimenti non posso più cantare quella canzone».
 

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