La stanza del lupo. Gabriele Clima, la rabbia e i baci con i sogni dentro

Fa un salto, Gabriele Clima, con il suo ultimo romanzo. Fa un salto nell'abisso e torna su. Lo dichiara lui stesso, in una pagina di ringraziamenti che da sola varrebbe il romanzo e svela il linguaggio segreto, il codice nascosto del romanzo di Nico. Di Nico e della sua rabbia. Di Nico e di quella sensibilità così esasperata da diventare violenta essa stessa. Capace però anche di scappare dalla stretta del fiato rotto delle parolacce sibilate tra i denti o urlate all'universo, capace di fermarsi a pensare a "un bacio di quelli con i sogni dentro". Un. Bacio. Di. Quelli Con. I Sogni. Dentro. Capace di mostrarsi nuda, davanti all'ascolto di uno sguardo adulto, capace di arrossire e dire ci provo, davanti alla possibilità di imparare la "delicatezza".  Non ne escono bene gli adulti, in questo romanzo. Incapaci  di essere autorevoli, costretti a indossare - o capaci solo di indossare -  gli abiti granitici dell'impotenza e del gioco più stupido e (spesso) più naturale del mondo, quello del te lo faccio vedere io chi è più forte o del silenzio (ah, queste mamme che non parlano, nei libri di Clima, queste figure femminili unite dal filo del silenzio, quante cose raccontano). Una lotta impari che ognuno combatte con le armi che ha a disposizione. Davide contro Golia. Che poi quel gioco là è solo un modo sbilenco di sopravvivere alla paura, all'impotenza, e al dolore. Nico è una pentola a pressione che usa il segno per non impazzire. Si riconosce, nel suo segno e nel suo mondo. A volte si annienta tracciando un rigo grosso e netto e la chiude così. E magari la vita fosse così semplice. Così come c'è un muro, c'è un segno, c'è un mondo eppoi non c'è più, cancellato da una mano di bianco (quanto sono stronzi, a volte, gli adulti?). Ma il fatto è che resta lì. E non ci può essere bianco che tenga. Un frammento di dialogo lo spiega benissimo. "E tu cosa disegni? Quello che vedo. Dalla tua stanza? Quello che vedi fuori? No, quello che vedo dentro, dentro di me". Dove la trovi una latta di colore che nasconde alla vista quello che hai dentro? Eppoi magari invece ne trovi una che te lo tira fuori e lo fa respirare, quello che hai dentro. Tornano - come in Continua a camminare - le situazioni e i personaggi che si incatenano uno all'altro come in un gioco di specchi. Parole e silenzi. Gessi e sassi. Binari. Vestiti leggeri che si muovono col vento e ogni volta che si muovono sollevando "un profumo dicielo, d’estate, di limoni e sembrano sollevare anche il sole" anche se il sole, a quell’ora, "cerca invece di scendersene dietro agli alberi del parco" e notti pesanti di buio dentro di corse di urla di sgomento di alcool di stupidaggini di vite interrotte. C'è un prima e un dopo, in questo romanzo. Potente. Potente quanto il romanzo. Una linea profondissima che si mimetizza nel voltarsi di una pagina. A un certo punto cambia proprio tono timbro registro. E nel tornare alla luce, nel risalire dall'abisso Clima si porta dietro tutta la poesia slabbrata dai movimenti scomposti della rabbia, prende per mano la gratitudine, tratteggia una infinita dichiarazione d'amore e come pulviscolo dorato pulisce le ferite, le ricuce e le cura. Senza diventare scontato. la stanza del lupo, Gabriele Clima, San Paolo ragazzi, 2018(questo con Clima non ci azzecca nulla. O forse sì, chissà)Quando la cameretta nel sottotetto è diventata la "mia" stanza ho dipinto le pareti di giallo. Giallo sole. Ma giallo giallo, non giallino baby. Un giorno poi ho chiamato i miei genitori e ho detto "venite a vedere!" con l'entusiasmo, l'incoscienza e tutto quello che ci può stare in un venite a vedere di una adolescente. Quando hanno aperto la porta si sono trovati addosso lo sguardo dritto di Che Guevara davanti. Un metro per un metro e mezzo di murale in rosso e nero (sì, quello del poster, sì, quello delle magliette, quello col basco e la stella). Ci avevo passato le serate, a disegnarlo prima, e dipingerlo poi. Non hanno detto nulla. Non sono nemmeno svenuti. Magari hanno tenuto il fiato senza dire una parola per non svenire. Chissà. Poi è arrivata la parete dei pensieri. Chi passava di lì lasciava una scritta, una firma, un disegno. E, ancora, Snoopy e una farfalla dalle ali enormi. Era il mio mondo. In quella stanza c'era il mio mondo. E' ancora così. Sono passati quanti? boh trenta e passa anni ed è ancora così. Entri e incroci lo sguardo del Che. Cammini sotto le ali di una grande farfalla. Il muro è pieno di scritte un po' sbiadite. Snoopy non si è mosso dal pianoforte.