Dire addio alla patria, una ferita psichica

Il punto di vista dell'antropologo Daniele Cantini che insegna presso l'Università di Modena e Reggio Emilia

C'è un forte parallelismo tra due discipline, apparentemente distanti, come la psichiatria e l'antropologia.

A spiegarlo, a margine di un convegno svoltosi in occasione dell'ultima edizione della Settimana della salute mentale, è stato il professor Daniele Cantini, antropologo di fama nazionale che insegna all'Università di Modena e Reggio Emilia.

«La malattia mentale - spiega il professor Cantini - nasce con la modernità, con l'instaurarsi, nello Stato, di una concezione dell'ordine, di ciò che è normale e di ciò che è anormale. Il progetto di modernità si applica anche al periodo coloniale, quando le grandi potenze europee vanno in giro per il mondo imponendo la (loro) civiltà ai popoli ritenuti primitivi: l'antropologia nasce in quel periodo coloniale e s'incarica di definire cosa sia normale e cosa non lo sia, esattamente come la psichiatria. Nella seconda metà del secolo scorso, però, le due scienze hanno fatto i conti con l'impostazione originaria, abbandonando la pretesa di stabilire i paradigmi della normalità e della anormalità, superando, allo stesso tempo, l'atteggiamento giudicante verso il diverso».

Ritiene che ci sia, nell'insorgenza della malattia mentale, uno specifico proprio delle persone immigrate?

«L'esperienza dell'immigrazione presenta una forte componente di sofferenza, tra l'altro non solamente nella prima generazione, ma ancora di più nella seconda e nella terza... Sicuramente c'è un rapporto tra le due cose, la sofferenza psichica è aumentata in condizione di migrazione: questo è un dato di fatto».

Ma come si può facilitare l'avvicinamento ai servizi degli immigrati con disturbi mentali per riuscire a vincere la diffidenza che generalmente queste persone manifestano in proposito?

«Il servizio sanitario fa parte di una rete di servizi che definiscono la cittadinanza: il fatto di essere ammalato non è piacevole neanche per un modenese; il fatto, poi, di dover ricorrere ad una struttura di salute mentale è un problema anche per molti italiani, poiché il sentirsi definire come “non normale” è una fonte di difficoltà. Ora le strutture sanitarie hanno fatto grandi progressi: c'è sempre meno giudizio e sempre più apertura, ma alcuni problemi sono veri, reali, di fondo. Bisogna eliminare quanto più possibile l'aspetto giudicante; bisogna affermare l'idea che se la persona sta male e va in una struttura, questa la aiuta a stare meglio al mondo, bisogna far capire che la struttura sanitaria non è legata a tutto un apparato, un dispositivo che la bolla come indesiderata, sbagliata e inadatta. Se i servizi sanitari si organizzano con i servizi sociali e le associazioni di volontariato per creare una rete, possono contribuire a rompere il pregiudizio e rendere, in definitiva, l'esperienza migratoria meno sofferente. Questo non va solamente a beneficio degli immigrati, va a beneficio anche della società che li ospita, perché avere delle persone che stanno bene, o che comunque stanno non troppo male, è un beneficio per tutti quanti».

Giorgio