«Il lambrusco top? Un Metodo Classico tra macchinari 4.0 e operazioni a mano»

Christian Bellei, il “mago” della ricerca enologica di Cantina della Volta «Spero in un territorio omogeneo in cui si valorizzi anche il contadino»

BOMPORTO «Il lambrusco col Metodo Classico crea un’identità al prodotto. Viceversa il metodo industriale, che esemplifico con l’autoclave, crea un prodotto standard. La differenza è tutta qui. Il futuro di questo vino si gioca sul territorio. Noi modenesi produttori di lambrusco siamo carenti di territorialità. Qui si giocano da anni sempre le stesse carte».

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La Cantina della Volta, con altre cantine, è la punta di eccellenza nella ricerca della produzione vinicola locale. Christian Bellei, oggi lei rappresenta l’innovazione coi piedi piantati nella tradizione del lambrusco.
«Mio padre Francesco negli anni 70 viaggiando si è reso conto che per il lambrusco l’elaborazione dello champagne secondo il Metodo Classico poteva essere qualcosa di innovativo. Utilizzando il vitigno lambrusco di Sorbara si poteva ottenere quello che è richiesto per una base di spumante di qualità. Questo è stato il suo percorso fino al 1998, quando è venuto a mancare. Poi io ho portato avanti la sua azienda, la Francesco Bellei & C. Nel 2010 ho traghettato le sue idee nella Cantina della Volta. Questo ha permesso di creare una produzione unicamente di Metodo Classico e ho cercato il percorso migliore per l’affinamento col lambrusco».


La Cantina della Volta è nata con la massima attenzione per l’alta tecnologia di vinificazione.
«È un aspetto incluso nel percorso del Metodo Classico. Abbiamo un confronto continuo con macchinari e tecnologie di eccellenza mentre però l’uomo porta avanti il Metodo Classico in tutte le sue fasi tradizionali. È un approccio che nella nostra zona può aiutare un discorso di qualità totale, a cominciare dalla raccolta dell’uva a mano. È utile per una nuova “catalogazione” dei prodotti col lambrusco e per fare la differenza tra qualità e quantità».


La raccolta a mano per voi resta un elemento volutamente umano e tradizionale in una lavorazione ad alta tecnologia.
«È fondamentale; lo esige la qualità. È un elemento importante: riqualifica l’uomo vicino al vigneto e al territorio. Questo proprio perché l’abbandono del territorio attraverso l’uso della meccanizzazione non può portare a un percorso di qualità. Come testimoniano tutte le zone più importanti del mondo produttrici di vino, lavorando l’uva a mano si può far rivivere una zona apportando miglioramenti».


Parliamo dell’aspetto commerciale del lambrusco. Quando suo padre ha cominciato la svolta, era un vino prodotto in grande quantità e considerato una bibita gassata. Oggi lei e pochi altri produttori siete riusciti a imporre un’immagine di alto profilo a ProWein e in altre fiere internazionali.
«Il mio percorso va dagli anni 80, quando in casa assorbivo esperienze di vendite, fino agli anni 2000. Ogni decennio cambiavano gli scenari: siamo andati dallo scandalo del Metanolo fino al momento in cui il Metodo Classico ci ha aiutato a uscire da un’immagine del lambrusco che faceva supporre una produzione di bassa qualità. Quando introducevo un mio vino la curiosità cresceva intorno al lambrusco. È andata così fino a quando la spumantizzazione è diventata un fattore importante come completamento di gamma per tutte le cantine e quindi abbiamo avuto la fortuna di avere già il lambrusco Metodo Classico».


Come immagina il futuro per le cantine modenesi?
«Con una creazione omogenea di aziende che hanno la stessa visione di qualità che inizia da una filiera rispettata in ogni sua fase. Partendo dal contadino fino al prodotto finale, rispettando un disciplinare di qualità omogeneo. Si deve salvaguardate l’identità del lambrusco e del vitigno entrando nel cuore della Dop». —