Troppi pesci in pericolo sulle nostre tavole

(foto: University of Queensland) 
Sono quasi un centinaio le specie minacciate che finiscono nelle reti da pesca di tutto il mondo, intenzionalmente o meno. E dovremmo cominciare a preoccuparcene al pari di quanto facciamo con animali più popolari come i delfini, denunciano alcuni ricercatori dall'Australia
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Occhio al fish and chips. Quel pesce nel piatto potrebbe essere in pericolo. La denuncia arriva da tre ricercatori australiani che puntano il dito proprio contro l'Australia, accusata di non avere una politica così sostenibile in fatto di pescato. "Il pesce australiano non è così sostenibile come i consumatori vorrebbero pensare - ha riassunto Leslie Roberson della University of Queensland – e non è assolutamente in linea con molti dei grandi accordi internazionali di conservazione che l'Australia ha firmato per proteggere specie ed ecosistemi in pericolo". Ma quella dei ricercatori australiani è più in generale una denuncia all'industria e al mercato della pesca a livello globale, dove a volte, continuano, garantire la tracciabilità e sostenibilità del pescato è tutt'altro che facile.
 

Non solo delfini: i pesci a rischio estinzione che finiscono nelle reti


Le considerazioni di Roberson arrivano a commento di uno studio, pubblicato sulle pagine di Nature Communcations, in cui i ricercatori hanno passato in rassegna i dati su cattura e importazione del pescato a livello globale, trovando tra le specie catturate 92 minacciate (tra pesci e invertebrati), 11 in pericolo critico per il periodo compreso tra il 2006 e il 2014. In totale si stima che costituiscano circa l'1,6% del pescato e più di 200 sono i paesi che li catturano o importano. Tra le specie a rischio tre da sole costituiscono da sole circa i due terzi del volume e del valore del pescato (l'eglefino o asinello, Melanogrammus aeglefinus, il sugarello, Trachurus trachurus, e il tonno obeso, Thunnus obesus). Anche se solo un terzo delle specie minacciate fa parte delle specie pescate a fini commerciali (alcune possono finire non intenzionalmente nel pescato), da sole costituiscono quasi il 90% del volume di tutto il pescato, scrivono i ricercatori. Delle 11 specie identificate come in pericolo critico fanno parte animali come la cernia striata, Epinephelus striatus, il tonno australe, Thunnus maccoyii, l'anguilla europea, Anguilla anguilla o lo stornione russo, Acipenser gueldenstaedtii.
 

Si tratta di numeri di sicuro al ribasso, conservativi come scrivono gli autori, perché non tengono conto del fatto per esempio che alcuni animali non sono identificati a livello di specie nei database sul pescato, ma solo come gruppo, e altri invece non sono inclusi nelle valutazioni della Lista Rossa dell'Unione internazionale per la conservazione della natura. Detto questo, e tornando ai numeri, 13 delle specie minacciate identificate dai ricercatori sono commercializzate a livello internazionale, per lo più in Europa. Ma è all'Australia, dove lavorano, che guardano i ricercatori, suggerendo metodo di pesca più sostenibili, che guardino alle specie marine presenti nelle acque locali, anche nell'ottica di ridurre la mole di importazione. Magari sardine o gli abaloni allevati o addirittura, scherzano dall'università australiana, meduse. Anche perché capire da dove arrivi il pescato può essere arduo. "In una tipica situazione una barca può pescare in acque australiane, essere di proprietà di un'azienda cinese con equipaggio filippino", commenta in proposito Robertson. Cui va aggiunto poi il destino a valle del pescato.
 
"Dovrebbe essere illegale mangiare animali minacciati, specialmente per le specie che si trovano in pericolo critico – aggiunge Carissa Klein della University of Queensland – se potessimo coordinare meglio le politiche della pesca con quelle di conservazione, potremmo evitarlo". E magari, spiegano, domandarsi quando si acquistano pesce e frutti di mare di che specie si tratti esattamente, da dove viene e come è stato pescato, per cominciare a fare scelte più sostenibili. "Dobbiamo prenderci cura di animali come i cetrioli di mare, gli halibut e gli spinaroli come facciamo con i delfini", conclude Robertson.