La lunga marcia della carbon tax

Applicare una tassa su chi produce emissioni è una via per ridurle. Ma la leva fiscale colpisce i carburanti e le fasce più deboli: e si studia un meccanismo di protezione

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E se fosse giunto il momento di pensare seriamente all'adozione della carbon tax? Da molti ritenuto uno strumento fondamentale, la tassazione delle emissioni di CO2 torna al centro del dibattito, persino negli Usa. Dopo anni di rinvii, è infatti giunto il momento di agire per porre almeno un freno al riscaldamento globale: insieme alle soluzioni tecnologiche e scientifiche si torna a valutare quelle economico-fiscali. In un recente articolo sul New York Times, Robert H. Frank, professore di Economia alla Cornell University, ha fatto notare come l'emergenza Covid potrebbe scuotere la politica americana che sul climate change è in una situazione di stallo: "Lo shock della pandemia", scrive Frank, "ha aperto le porte a cambiamenti politici prima considerati inarrivabili. L'economia del cambiamento climatico è semplice. La Terra si sta riscaldando sia perché i gas serra sono costosi da eliminare sia perché i governi hanno permesso alle persone di emetterli nell'atmosfera senza penalità. Il rimedio classico è una tassa sul contenuto di carbonio dei combustibili fossili".

La leva fiscale usata per scoraggiare l'uso di petrolio, carbone, gas a favore delle fonti rinnovabili, è stata persino oggetto di un Nobel assegnato nel 2018 a William Nordhaus, professore di Economia a Yale. Nell'attesa che Trump (o il suo successore alla Casa Bianca) recepisca gli inviti degli accademici americani, c'è chi lo fa in altre zone del mondo. L'ultima adesione alla carbon tax è quella della Germania. In estate Berlino ha annunciato che dal 2021 i tedeschi pagheranno 25 euro per ogni tonnellata di CO2 emessa. Come conseguenza, il prezzo di un litro di benzina aumenterà di 7 centesimi lordi il prossimo anno, mentre olio combustibile e gasolio avranno aumenti pari a 8 centesimi lordi per litro. La carbon tax salirà negli anni successivi, portandosi a 55 euro per ogni tonnellata di CO2 emessa. Dal 2026 il prezzo finale di ogni certificato di emissione sarà determinato tramite aste, in un corridoio compreso tra 55 e 65 euro per tonnellata di CO2. Con gli introiti derivanti dalla carbon tax, il governo tedesco intende ridurre la sovrattassa che pesa sulle bollette elettriche e finanzia lo sviluppo delle energie rinnovabili. Berlino punta così a penalizzare l'uso di carburanti fossili nei settori di trasporti e riscaldamento domestico.


Per avere un quadro d'insieme della carbon tax a livello globale basta visitare lo speciale "Carbon Pricing Dashboard", aggiornato in tempo reale dalla Banca Mondiale: si scopre così che attualmente sono 61 le iniziative di "pagamento del carbonio", 46 di queste iniziative sono entrate a far parte di leggi nazionali, mentre 32 sono state adottate da realtà più piccole. Nel 2020 tutte queste iniziative dovrebbero coprire 3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti, vale a dire il 5,6% di tutte le emissioni di gas serra.

La prima carbon tax fu adottata nel 1990 in Finlandia, l'anno dopo scattò in Svezia e Norvegia, nel 1992 in Danimarca. Dopo il 2000 è stata la volta della Svizzera e di altri Paesi: dal Sudafrica a Cile e Argentina, dal Canada a Francia, Spagna e Portogallo. Alla tassa sulla CO2 si affiancano gli "scambi di emissioni". L'esempio più importante è quello degli Emissions Trading Scheme dell'Unione europea. "La Ue non ha optato per la carbon tax perché la fiscalità è materia su cui legiferano i parlamenti nazionali", spiega Massimo Tavoni, direttore dello European Institute on Economics and the Environment. "Studiamo l'economia del clima e lo facciamo applicando il metodo scientifico", spiega Tavoni. "Analizziamo le esperienze internazionali per capire quali sono gli strumenti migliori".


A cominciare proprio da carbon tax ed Ets. "La tassa sulla CO2 e il mercato dei permessi trasferibili sono le strategie principali", continua il direttore dello Eiee. "Per le ragioni di cui sopra la Ue ha scelto la seconda opzione: un mercato in cui il carbonio ha un prezzo. Oggi vale 25 euro per tonnellata di CO2. Ogni azienda che emette anidride carbonica ha un certo numero di crediti che le vengono dati dallo Stato di appartenenza o che l'azienda stessa compra alle aste: si può emettere tanta CO2 quanti sono i crediti di cui si è in possesso, per ogni emissione in più si devono comprare crediti sul mercato". Il meccanismo Ets ha comunque lo stesso obiettivo della carbon tax: disincentivare l'uso di combustibili fossili e riorientare il sistema produttivo verso le fonti rinnovabili. Tuttavia mentre la tassa riguarda tutti, dalle aziende ai singoli cittadini che fanno benzina, il mercato dei crediti coinvolge soprattutto i grandi "inquinatori", dai gestori di centrali elettriche alimentate a combustibili fossili all'industria pesante. "È vero, ma comunque anche così copre ben due terzi delle emissioni europee, rimangono fuori settori come i trasporti e gli edifici ai quali l'Ets sarebbe difficilmente applicabile". L'adozione dell'Ets nei Paesi membri della Ue non esclude però che singoli governi decidano di adottare anche la carbon tax. Come in Svezia o Germania.

Ma questi meccanismi di "pagamento del carbonio" stanno dando i risultati sperati? I Paesi scandinavi li sperimentano da un trentennio e in effetti Finlandia, Svezia e Danimarca guidano la classifica dei Paesi che hanno ridotto maggiormente le emissioni di gas serra in rapporto al prodotto interno lordo, con percentuali che oscillano tra il 45 e il 55%. "Che sia uno strumento utile non c'è dubbio", conferma Massimo Tavoni. "Dal punto di vista dell'economista dell'ambiente la CO2 è un male comune: per correggerlo occorre imporre un prezzo giusto. Il paradosso è che in molti Paesi, Italia compresa, ci sono ancora sussidi statali ai combustibili fossili".

Dunque la carbon tax funziona. "Sarebbe però sbagliato considerarla l'unica arma con cui combattere le emissioni di CO2 e il riscaldamento globale", spiega ancora Tavoni. "Occorrono anche investimenti infrastrutturali e sviluppo di nuove tecnologie. C'è poi una questione di accettabilità sociale: la tassa sul carbonio fa salire i prezzi e i cittadini vedono diminuire il loro potere d'acquisto. Basta vedere cosa è successo in Francia con i gilet gialli. La conseguenza è che i politici tendono a non introdurre la carbon tax, preferendo erogare sussidi. Che però costano comunque allo Stato e quindi ai contribuenti".

Ecco allora che gli economisti del clima si ingegnano per capire come redistribuire il gettito fiscale derivante dalla tassazione del carbonio. Nel suo articolo sul New York Times, il professor Robert H. Frank spiega come si possa immaginare un sistema di rimborsi ai cittadini (addirittura con "assegni mensili") in modo da compensare le fasce più povere e sollecitare quelle più ricche (e dunque più inquinanti per via dei loro viaggi aerei, della loro aria condizionata, dei loro spostamenti in Suv...) ad adottare uno stile di vita più green. Il docente della Cornell University si dice anche sicuro che la carbon tax innescherà una sorta di lento ma inesorabile contagio sociale: alcuni individui cambieranno abitudini per via della tassa, altri li emuleranno. Il contagio su tempi lunghi avrà un effetto sull'intera società. Frank cita l'esempio del tabacco: da quando è stata usata la tassazione delle sigarette per scoraggiarne l'acquisto negli anni Sessanta, negli Usa hanno perso il vizio i due terzi dei fumatori.

"Non sono molto convinto del meccanismo del contagio", commenta Tavoni. "A meno che i personaggi da imitare non siano molto in vista, punti di riferimento della società". E allora che fare? "Non credo che la politica sia fatta per la carbon tax", risponde il direttore dell'Eiee. "Mi atterrei all'Emissions Trading Scheme europeo, magari rendendolo più forte. Ma soprattutto eliminerei gli anacronistici sussidi ai combustibili fossili".