Un nuovo dialogo tra città e campagna

(afp)
"Impegniamoci per una nuova sitopia possibile. Un luogo del cibo che, a differenza dell’utopia, esiste realmente. Dove al centro ci sia il cibo, ma non quello senz’anima, bensì quello buono, pulito e giusto, capace di cambiare in meglio le nostre vite e le nostre dinamiche sociali"
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Che il rapporto città-campagna abbia bisogno di essere ripensato è ormai chiaro a tutti. Questa relazione - la più cruciale che esiste da quando viviamo in un mondo civilizzato - negli ultimi cinquant’anni si è modificata moltissimo, tanto da inasprirsi e indebolirsi. Il motivo di questo cambiamento drastico, e per molti versi problematico, lo si ritrova specialmente in quel pensare "industriale" che dagli anni settanta in poi ha contaminato il sistema alimentare e ha fatto sì che il cibo perdesse il suo valore.

Il convivere di queste due realtà, però, non è fondamentale solo perché distintivo della nostra cultura europea (e in particolar modo di quella italiana), o perché strettamente collegato con la nostra sussistenza. Se ci fermiamo un attimo a riflettere, infatti, e allargando ancora di più il campo visivo, capiamo che questa dualità è essenziale per la nostra stessa natura umana, anch’essa in primis doppia. "Animali sociali": è così che già Aristotele aveva definito gli esseri umani. Creature che necessitano per sopravvivere della relazione con l’altro e del vivere in comunità (motivo per il quale la città si è dimostrata essere contenitore indispensabile per la socialità), ma che al contempo portano dentro di sé un’anima più selvatica, appunto "animale", che ci collega maggiormente alla natura, e quindi alla campagna. Per questi motivi abbiamo bisogno di entrambe le parti, ed è più che mai necessario trovare una sintesi tra le due, ripristinando un dialogo sano, e andando a prender spunto – con gli opportuni aggiornamenti - da ciò che esisteva qualche decennio fa.

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Difatti, i contadini di un tempo, appunto coloro che abitavano il contado e che vivevano fuori dal centro urbano, avevano con quest’ultimo un rapporto organico, legati da interessi comuni di mutualistica dipendenza. La perdita del legame con la terra, il passaggio da un’economia di sussistenza ad un’economia basata sull’accumulo, e non per ultimo la nascita di filiere alimentari lunghissime e complicatissime, hanno fatto sì che non ci fosse più un contatto diretto tra il campo alla tavola. Il dazio da pagare, però, è stato ingente: la marginalizzazione e l’alienazione dei contadini da un lato, la perdita di consapevolezza e di conoscenza da parte dei consumatori dall’altro. Senza pensare all’aumento delle frodi alimentari e alla più generalizzata malattia del nostro sistema – non solo alimentare.

È allora forse arrivato il momento di ripensare il nostro vivere comune, di ripensare le nostre città. Da dove partire, se non da ciò che ci permette di sopravvivere e che al contempo è capace di plasmare e influenzare la nostra salute, l’ambiente, l’economia, la politica e non per ultimo il nostro modo di interagire con gli altri? Da dove partire, quindi, se non dal cibo? È su questo che molti governatori, politici, architetti, urbanisti e agricoltori dovrebbero interrogarsi, ed è su questo che verteranno anche alcune delle riflessioni di questo Terra Madre 2020.

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Utopia? Forse. Ma allora, rubando le parole all’architetta, Carolyn Steel, per non sbagliare impegniamoci per una nuova sitopia possibile. Un luogo del cibo che, a differenza dell’utopia, esiste realmente. Un luogo dove al centro ci sia il cibo, certo, ma non quello senz’anima, bensì quello buono, pulito e giusto, capace di cambiare in meglio le nostre vite e le nostre dinamiche sociali. Un luogo dove architetti e urbanisti non progettino più abitazioni senza orti urbani e dove le piazze tornino ad ospitare sempre più spesso i mercati di produttori locali, permettendo così un nuovo equilibrio tra città e campagna e offrendo un progetto concreto con il quale immaginare un futuro migliore.

Il programma: Terramadresalonedelgusto.com