LE CITTA'

Slow City, "Il modello di Torino è quello svizzero"

Intervista con l'assessore ai Trasporti Maria Lapietra
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"Per dieci anni ho lavorato in Svizzera, il paradiso della mobilità, in una società che si occupava di pianificazione dei trasporti. Quando venni convocata dalla sindaca Chiara Appendino, che voleva offrirmi il posto di assessore, mi sentii dire: replica quel modello a Torino". Maria Lapietra, laurea al Politecnico di Torino, dove ha conseguito un dottorato in automazione e informatizzazione dei trasporti, quasi cinque anni dopo l’avvio dell’esperienza amministrativa targata Movimento Cinque Stelle si ritrova a fare i conti con quello che può essere definito un conflitto fra popolo delle bici e automobilisti, con i secondi che non lesinano critiche a una giunta che fatica a mettere a sistema le esigenze dei diversi attori della mobilità. Di sicuro l’amministrazione guidata da Chiara Appendino ha impresso una linea decisa: togliere spazio alle auto per darlo ai mezzi alternativi: quasi 200 chilometri di piste ciclabili (gran parte ereditati dalle amministrazioni precedenti), 27 controviali dei principali corsi – per 80 chilometri in totale – dedicati alla convivenza tra due e quattro ruote, ai semafori le casette per dare precedenza alle biciclette, e poi sei quartieri tappezzati di zone con limite di velocità a 30 chilometri orari, sette aziende per lo sharing di biciclette e monopattini per un totale di oltre 5 mila mezzi. In compenso, un servizio comunale di bike sharing alle corde, il trasporto pubblico in affanno e, in generale, una viabilità che non tiene il passo dell’avanzata del popolo delle sue ruote creando conflitti ormai quotidiani tra automobilisti, autisti e ciclisti.

Assessore, la tesi è che l’amministrazione di Torino abbia ostinatamente tentato di scoraggiare chi usa l’auto a vantaggio di chi sceglie altri mezzi. È così?
"Quando abbiamo intrapreso il nostro percorso amministrativo ci siamo trovati a risolvere problemi che si trascinavano da anni. Torino è nata come città dell’automobile, è sempre stata strutturata a misura di quel mezzo. Noi abbiamo provato a risolvere il problema di una città ingolfata. L’auto, soprattutto quella di proprietà, non è da demonizzare ma rappresenta il passato. Ormai sono tantissimi i torinesi che si spostano in altro modo. Lo dimostrano i dati che segnalano una costante crescita a due cifre degli spostamenti in bicicletta".


Ma esiste una strategia integrata o  si tratta di interventi spot? Come si fa a modificare la struttura della mobilità in una grande città, soprattutto se i mezzi pubblici non vengono potenziati?
"Fortunatamente, anche a Torino, le persone hanno iniziato ad apprezzare ad altre forme di spostamenti. Il blocco da coronavirus ha contribuito ad accelerare certe trasformazioni, la sfida è riuscire a governarle. Serve però un cambiamento culturale profondo. Nelle giovani generazioni questo nuovo tipo di sensibilità già esiste, con gli adulti è più faticoso. Il nostro obiettivo finale è riuscire a realizzare un Piano urbano della mobilità sostenibile: un documento firmato da centinaia di sindaci che affronta a diversi livelli i temi emergenti della mobilità urbana, e con un’attenzione alla questione sempre più urgente della sostenibilità ambientale". 


Il conto però lo pagano i cittadini, sembra. Le nuove piste ciclabili hanno fatto aumentare i rallentamenti e gli stalli per bici e monopattini hanno sottratto 500 posti alle auto, che così girano di più per trovare parcheggio. Come si risolve questa contesa?
"Riconoscendo che abbiamo un ambiente al collasso. Lo smog, per esempio, è una catastrofe silenziosa che le persone non percepiscono molto. Ecco perché era necessario agire anche con provvedimenti d’impatto. Io sono stata assunta per tradurre in pratica quel che ho sempre studiato, i provvedimenti che abbiamo adottato non sono ideologici. Sono necessari a rendere più sostenibili le città. Anche a costo di qualche disagio nel breve periodo per alcune categorie".