Natura

Tiziano Fratus: "Alla ricerca delle nostre radici: quei boschi che ci salveranno"

(ansa)
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Per diverso tempo gli ambientalisti, gli amministratori e i legislatori hanno cercato di regolamentare  le norme di comportamento umano, di modo da calmierare gli effetti negativi dell’agire individuale e su larga scala della nostra specie. Così sono nate leggi ad hoc, così sono nate le riserve naturali – nazionali, statali, regionali – così abbiamo attraversato il XX secolo e iniziato questo nuovo millennio. Nel frattempo l’umanità che abita la superficie del pianeta è cresciuta sensibilmente, passando dai circa 1.6 miliardi – ai tempi della nascita di Gesù si stima che il mondo abitato contasse circa 200 milioni di anime – agli attuali 7.9, ovvero caricando gli ecosistemi dei bisogni, delle ambizioni, del benessere più o meno diffuso di un numero enorme di umani. Ogni santo giorno il saldo fra nascite e morti è favorevole di circa 270-280 mila persone, ovvero in una settimana la nostra specie genera una quantità di bocche da sfamare che eguaglia e supera la popolazione di una città come Roma. L’idea che la libertà individuale sia il bene più prezioso è oramai diventato un dogma politico, anzi, è l’unico vero dogma politico che ha stravinto a oriente quanto a occidente, in seno ai diversi gradi di capitalismo e questo si è trasformato nella più affilata arma del consumismo globale.

Maggiore la popolazione e maggiore la produzione industriale, un maggiore l’impatto sul pianeta ha portato ad una necessità di protezione della natura: animali, mari, ghiacciai, montagne, specie rare, ogni singola voce di tutela di quel caleidoscopio che è la natura presenta una cronistoria particolare. Per quanto riguarda gli alberi si è cercato prima di difendere taluni esemplari maestosi e rari, come accadeva in Sicilia, nel 1745, quando il Tribunale dell'Ordine del Real Patrimonio approvava la prima norma italiana e probabilmente continentale a difesa di due alberi, il Castagno dei Cento Cavalli e il Castagno della Nave o di Sant’Agata, ancora in vita in questi nostri anni. O, come è accaduto in California, quando si è cercato di evitare che la Giant Forest e alberi oramai iconici quali Grizzly Giant, General Sherman e General Grant Trees diventassero semplice legna da opera, grazie alle leggi firmate dai presidente americani che si sono succeduti da Abramo Lincoln a Theodore Roosevelt. Quindi si è passati a difendere i luoghi, in taluni casi l’incolumità di boschi, di aree protette, di oasi – pensiamo alle Foreste Casentinesi nell’aretino, al Gran Paradiso e ai primi divieti in Abruzzo, alla protezione delle foreste bandite sull’arco alpino, alla nascita della foresta bavarese, ai Pirenei francesi, Huesca in Aragona, e così via. Si è capito che difendere un unico albero, al pari che difendere un’unica specie, è utile ma non abbastanza, e quindi abbiamo iniziato a proteggere gli insiemi, gli eco-sistemi. Buona parte della legislazione locale e nazionale è basata su questo assioma.

Ma oramai non è più sufficiente, capiamo che se vogliamo proteggere la salute dei nostri simili oggi e ancor più un domani, evitare estinzioni massive in tempi umanamente sensibili di foreste antiche o di specie animali già a rischio, la soluzione resta sempre la stessa: cambiare rotta al nostro progresso. Il che vuol dire incidere sui nostri comportamenti, sulle nostre prospettive di futuro, sulle nostre libertà individuali. Oggi ci lamentiamo dell’obbligo di indossare una mascherina che faticosamente ci protegge e protegge gli altri da un nostro eventuale contagio, figuriamoci cosa accadrebbe se ci si rendesse conto che l’energia che ogni giorno noi diamo per scontata scomparisse, perché le attuali produzioni industriali ed energetiche in futuro, se le tecnologie non cambieranno, saranno inattuabili con un rispetto minimo degli ecosistemi.

Ma questa è la traccia evidente che andremo a seguire, Trump o non Trump: l’umanità deve ridurre drasticamente la propria impronta sul pianeta, se non vuole che il pianeta impazzisca e si sfoghi contro di noi. Siamo soltanto all’inizio di questo “scontro”, e già ci iniziamo a spaventare. I mari crescono, le tempeste e gli uragani oramai si presentano a latitudini e longitudini inedite, trombe d’aria, cicloni, epidemie, carestie. Ma il clima non è impazzito, qualsiasi sia la ragione, la Terra nella sua storia tenta di riequilibrarsi, ecco perché si parla di sesta estinzione di massa. Così, per difendere i nostri alberi, i boschi, i giardini storici e tutto quella meraviglia che i grandi quanto i piccoli alberi ci offrono – senza ricordare per la miliardesima volta che producono quel che ci è essenziale per vivere – oramai non bastano ulteriori leggi, ulteriori diritti, e nemmeno conferenze, pubblicazioni, iniziative culturali. Tutto questo sia chiaro è prezioso, ma il cambiamento climatico raggiunge e può travolgere le grandi città quanto gli eremiti che come me preferiscono il silenzio cantato di una faggeta remota. Se non intende essere abbattuto l’uomo dovrà impegnarsi a individuare nuove soluzioni, a controllare la propria crescita demografica, altrimenti perderà ogni cosa. E salvare una singola specie arborea, o dieci, cento, mille, non cambierà lo stato di un mondo che sta trasmutando repentinamente.

Tiziano Fratus è poeta e scrittore. Tra i suoi libri "Manuale perfetto del cercatore d'alberi" (2013) e "Homo Radix" (2010)