Bioplastiche, uno studio accusa: piene di sostanze chimiche come quelle normali

Lo sostiene un'indagine dell'università di Francoforte sulla tossicità in vitro di diversi biopolimeri usati per prodotti in commercio. La replica dell'associazione europea: "Passano più test di quelli convenzionali"
3 minuti di lettura
Le diverse tipologie di plastiche tradizionali sono prodotte a partire dal petrolio greggio, in particolare dalla nafta, una delle sue frazioni raffinate. La produzione non è sostenibile e sappiamo bene come le microplastiche infestino i mari e oceani – nel 2017 l’Onu spiegò per esempio che ci sono 51mila miliardi di particelle di microplastica nei mari - e l’intero ecosistema, finendo nei nostri organismi tramite cibi e bevande. Un’indagine dello scorso anno, firmata dall’università di Victoria (Canada) e pubblicata su Environmental Science & Technology stimava per esempio che ogni essere umano ingerisca da 39 mila a 52 mila particelle di plastica l’anno.
 
Per questo, da alcuni sono sbarcate sul mercato le cosiddette bioplastiche. Che tuttavia, spiega un recente studio tedesco, non sarebbero così 'pulite' e sicure come dicono di essere. Capire di cosa si tratti esattamente non è semplice: nel complesso, si intende l'insieme delle plastiche di origine rinnovabile e quelle biodegradabili e compostabili. Come accaduto in altri settori, però, il mercato ha spesso abusato del suffisso bio, finendo con l’utilizzare quell'etichetta per materiali molto diversi. Una plastica (o polimero) può dunque essere bio perché le materie prime impiegate sono rinnovabili e naturali come la cellulosa, invece che fossili, come le diverse tipologie di biopolimeri di sintesi o naturali; in presenza della capacità di biodegradarsi con il compostaggio; o ancora in quella legata alla sua biocompatibilità, che è ancora un'altra proprietà, cioè la possibilità di entrare in contatto con fluidi e tessuti umani senza procurare danni e reazioni nocive.
 
Secondo uno studio, che sarà pubblicato a dicembre su Environment International, le bioplastiche sono tossiche tanto quanto le materie plastiche di origine fossile. "La plastica di origine biologica o biodegradabile non è più sicura delle altre plastiche" spiega Lisa Zimmerman della Goethe Universität di Francoforte, principale autrice dell’articolo intitolato "Are bioplastics and plant-based materials safer than conventional plastics? In vitro toxicity and chemical composition". Secondo la scienziata, i prodotti a base di cellulosa e amido, in particolare, contengono il maggior quantitativo di additivi chimici e hanno innescato forti reazioni tossiche in condizioni di laboratorio. "Tre prodotti su quattro contengono sostanze che sappiamo essere pericolose in condizioni di laboratorio, le stesse della plastica convenzionale" aggiunge Martin Wagner, professore associato al dipartimento di Biologia della Norwegian University of Science and Technology e specializzato nell’argomento, visto che collabora a PlastX, un gruppo di ricerca dell’Isoe di Francoforte, uno dei principali istituti indipendenti per la ricerca sulla sostenibilità.
 
Dal packaging al monouso: le sorprese. Il gruppo ha effettuato un'ampia indagine sugli elementi chimici presenti nelle bioplastiche e in generale nei prodotti realizzati a partire da nove tipologie di materiali vegetali per un totale di 43 diversi prodotti plastici, dalle posate monouso al packaging delle tavolette di cioccolato alle bottiglie delle bevande fino ai tappi per quelle di vino. Il risultato? "L’80% dei prodotti conteneva più di mille diverse sostanze chimiche. Alcune di loro anche fino a 20 mila" dice Wagner. Una cifra così elevata tanto da rendere sostanzialmente impossibile stimare tutti i possibili effetti nocivi. L’aspetto interessante, fra l’altro, è che anche prodotti all’apparenza simili sfoggiano una composizione chimica particolare e in qualche modo specifica: una busta di plastica fatta di biopolietilene (un biopolimero di sintesi ottenuto dal monomero etilene, ricavato a sua volta da sostanze di origine vegetale come la canna da zucchero dopo diversi stadi di trasformazione) può per esempio contenere sostanze completamente diverse rispetto ai tappi di vino realizzati nello stesso materiale. La trasformazione, insomma, sembra al centro del problema nella realizzazione del prodotto finito.
 
Dubbi e limiti dello studio. Per questo "fare affermazioni generali su certi materiali è quasi impossibile" spiega Wagner. Nel senso che "il tipo di materiale utilizzato non può garantire tossicità o composizione chimica", come si legge nell’indagine, quando sfruttato per impieghi differenti. Occorre ricordare che lo studio si ferma agli effetti in vitro, cioè in condizioni di laboratorio, e al momento nulla si può aggiungere sugli effetti concreti per la salute, nel senso che non sappiamo in che misura quelle sostanze tossiche nelle bioplastiche possano trasferirsi all’organismo utilizzando le migliaia di prodotti confezionati con i diversi polimeri.
 
I test sui materiali. Rimangono i risultati dei test sui materiali, ottenuti attraverso una spettrometria di massa ad alta risoluzione, una tecnica di chimica analitica che permette di identificare la quantità e il tipo di sostanze presenti in un campione: "Due terzi, il 67% dei campioni, ha scatenato una tossicità di base, il 42% stress ossidativo, il 23% antiandrogenicità e in un caso estrogenicità. In totale, abbiamo individuato 41.395 caratteristiche chimiche […] L’80% dei campioni ne conteneva più di mille, la maggior parte specifica per ogni campione. Abbiamo anche identificato provvisoriamente 343 composti prioritari tra cui monomeri, oligomeri, additivi plastici, lubrificanti e sostanze aggiunte non intenzionalmente". Gli aspetti tossicologici e chimici di alcuni composti come le bioplastiche a base interamente o parzialmente bio (PE, PET, PBAT, PBS, PLA e PHA) oltre ai materiali a base di bambù variano enormemente in base al prodotto per cui sono stati utilizzati. Un lavoro che, in conclusione, "sottolinea la necessità di focalizzare meglio sull’aspetto della sicurezza chimica quando si vogliono progettare autentiche alternative plastiche".
 
Gli standard di sicurezza. Allo studio scientifico ha deciso di replicare European Bioplastics, l’associazione europea della filiera delle bioplastiche, ricordando che per poter essere immessi nel mercato europeo i prodotti in bioplastica devono soddisfare gli stessi criteri di sicurezza previsti per le plastiche convenzionali. Fra questi, i fondamentali test di migrazione sui prodotti a contatto con alimenti, che escludano rischi per la salute dei consumatori. Le bioplastiche certificate come biodegradabili e compostabili vengono inoltre sottoposte a ulteriori test e soggette a limiti sulla presenza di di metalli pesanti o altre sostanze tossiche e pericolose.

"I prodotti in bioplastica superano quindi più test rispetto a quelli in plastica convenzionale - risponde Hasso von Pogrell, direttore generale di EUBP – affermare che i prodotti realizzati con bioplastiche contengano sostanze chimiche nocive è insostenibile a causa dei numerosi test richiesti. La metodologia applicata, laddove i prodotti bioplastici sono stati sottoposti a test di migrazione, è molto discutibile in quanto differisce in modo significativo da quella prevista dalle procedure di test riconosciuti a livello europeo. Inoltre, il risultato dei test non rappresenta una caratteristica specifica delle bioplastiche. Al contrario, la metodologia utilizzata porta allo stesso risultato quando applicata ai prodotti in plastica convenzionale".