Usa, 2020: l'anno degli uragani. E la tempesta non è finita

Messico, (Usa). Il passaggio della tempesta tropicale Eta (ansa)
NEW YORK - Le perturbazioni tropicali e subtropicali non smettono di sferzare il continente e i meteorologi avvisano che la stagione non è finita. E di fronte ai disastri ambientali legati al riscadamento globale, per gli States ora il vero banco di prova sarà mantenere gli impegni di Parigi
3 minuti di lettura
Oltre alla sciagura del Covid, il 2020 passerà alla storia come l’anno più attivo in termini di perturbazioni tropicali o subtropicali. Un primato raggiunto con la formazione di Theta avvenuta il 10 novembre sull’Oceano Atlantico nord-orientale, che porta il numero di perturbazioni complessive a 29, tale da superare il precedente primato stabilito nel 2005, l’anno del devastante uragano Katrina.

A conferma dell’attività frenetica dell’attuale stagione di perturbazioni è il fatto che contestualmente a Theta, prossimo alle Canarie, sul versante opposto dell’Atlantico un’altra perturbazione, Eta, sta causando gravi danni. È in attività da circa due settimane e dopo aver raggiunto la categoria di uragano ha devastato l'America centrale, per approdare in Florida con intense precipitazioni e forti raffiche di vento, prossime ai 100 km orari. Eta ha raggiunto la terra ferma per quattro volte, e per due volte ha colpito il Sunshine State, un fenomeno che si verifica non di frequente. Oltre 15 mila utenti sono rimasti senza corrente elettrica, mentre si sono registrati allagamenti e danni ai tetti delle abitazioni nelle zone di Sarasota, Madeira Beach e St. Petersburg. La perturbazione ha poi proseguito la marcia verso il Nord Carolina, dove almeno sette persone sono morte e altre sono ancora disperse.

Secondo il National Weather Service in alcune aree sono caduti 23 cm di acqua, con decine di strade in tutto lo stato impraticabili, e le condizioni pericolose sono proseguite anche ieri mattina. Eta, che ha provocato più di 200 decessi e dispersi in America centrale, ha "devastato la vita" di oltre 1,2 milioni di bambini nella regione, spiega l’Unicef, secondo cui il numero di minori colpiti "è destinato ad aumentare man mano che le squadre di soccorso avranno accesso alle aree più danneggiate". Questo perché ha causato gravi danni in tutta l'America centrale distruggendo strade, ospedali, scuole, sistemi idrici e igienico-sanitari.

Come se non bastasse, persistono condizioni che potrebbero dar luogo ad altre tempeste tropicali. In particolare, un'area di perturbazione è in fase di formazione sui Caraibi tale da trasformarsi in depressione tropicale nei prossimi giorni. Nel caso in cui diventasse Iota, sarebbe la trentesima tempesta della stagione, e secondo alcuni scenari potrebbe raggiungere l'America centrale come uragano attorno a martedì della prossima settimana.

La stagione 2020 ha registrato un inizio anticipato, il 16 maggio, quando si è formato Arthur, poi si sono rapidamente succeduti 21 uragani, fino ad arrivare a Wilfred il 18 settembre. Quindi, per la seconda volta nella storia, per il resto della stagione, si è dovuto utilizzare l’alfabeto greco, a cominciare con Alpha, in formazione lo stesso giorno di Wilfred. La stagione termina ufficialmente il 30 novembre, ma la Noaa avverte che “oltre tale data potrebbero svilupparsi ulteriori tempeste” e i meteorologi del National Hurricane Center stanno monitorando continuamente i tropici per capire se si profila questa possibilità.

La fenomenologia rilancia a gran voce il dibattito sui cambiamenti climatici e il riscaldamento globale, considerato una delle cause principali del verificarsi di anomalie straordinarie. Dibattito più che mai di attualità con l’ormai certo avvicendamento alla guida della Casa Bianca tra Donald Trump e Joe Biden. Negli anni il presidente uscente ha in gran parte negato l’esistenza dell’effetto serra e si è avvalso di collaboratori con opinioni simili per dirigere il governo federale, incidendo notevolmente sulla politica americana.

“Amo l’ambiente”, ha detto Trump nel corso di uno dei dibattiti elettorali, citando un programma federale per piantare alberi e un calo delle emissioni di carbonio. Ma ha aggiunto che non era disposto a danneggiare le imprese per aiutare l’ambiente. The Donald ha più volte puntato l’indice verso Pechino, affermando che la Cina può inquinare liberamente pur di non danneggiare le sue industrie, mentre gli Usa devono sottostare a "inique regole internazionali” che ne penalizzano il sistema produttivo. Biden, dal canto suo, ha replicato che il suo piano per una transizione verso un’economia più rispettosa del clima creerebbe posti di lavoro ben pagati e stimolerebbe le imprese statunitensi. “Il riscaldamento globale è una minaccia esistenziale per l’umanità”, ha detto il presidente eletto. “Abbiamo l’obbligo morale di affrontarlo e tutti i principali scienziati del mondo ci dicono che non abbiamo molto tempo”.

La richiesta di rientrare nel club dei firmatari dell’accordo di Parigi sul clima sarà il primo atto formale della nuova amministrazione democratica. Da quel momento - 20 gennaio, data di insediamento del presidente eletto - scatteranno 30 giorni di attesa prima del rientro a tutti gli effetti. Passaggio semplice e fortemente simbolico che rimetterà l’America fra i Paesi leader nel tentativo di imprimere una svolta globale alle politiche sul clima. Anche per questo Biden potrebbe chiamare in campo John Kerry, vero artefice degli accordi parigini del 2015. Lo scorso anno l’ex segretario di Stato aveva lanciato una sorta di “Coalition contro il cambiamento climatico”, a dimostrazione di quanto il tema gli sia caro. Kerry è stato il primo a considerare il clima come una questione di sicurezza nazionale e a trattarla di conseguenza. Per lui Biden potrebbe ricavare un nuovo incarico nel governo americano, una sorta di "zar del clima”, staccato dal ministero dell’Ambiente. E più operativo. Ma è quel che succederà dopo il ritorno degli Usa nell’Accordo sul clima, il vero banco di prova. Rispettare gli impegni di Parigi - in sintesi, riduzione delle emissioni drastico entro il 2050, taglio dei gas serra e riduzione della temperatura sul globo entro il trend di crescita di 1,5 gradi - richiede specifiche e concrete scelte politiche. Sono passati ormai cinque anni e l’amministrazione Trump ha smantellato a colpi di decreti esecutivi diverse norme in vigore lasciando ai giganti dell’energia campo libero.