Renzi, archiviato il metodo Mattarella

Il premier Matteo Renzi

In un anno a Palazzo Chigi il premier ha scelto di comportarsi come capo del Pd solo una volta: per gestire l’elezione del presidente della Repubblica

ROMA. In un anno a Palazzo Chigi, solo una volta Matteo Renzi ha scelto di comportarsi come il capo del Pd, quando è partito dall’unità e dalla forza del Pd per gestire l’elezione al Quirinale di Sergio Mattarella: e tutta l’Italia lo ha definito il suo capolavoro politico. E in effetti è difficile negare la portata del risultato ottenuto dal Pd renziano: una figura autorevolissima al Colle, un partito compatto e soddisfatto di sé, gli avversari ridotti all’irrilevanza o polverizzati dalle loro contraddizioni strategiche. Nonostante questo, prima la seduta fiume sulla riforma della Costituzione e poi i decreti attuativi del jobs act inducono a credere che il premier intenda proseguire su tutta un’altra strada, quella che lo aveva condotto a stipulare il patto del Nazareno e poi a gestire un anno di indubbi successi navigando sapientemente dentro complessi rapporti di forza che il più delle volte hanno come esito quello di mettere nell’angolo un pezzo consistente del suo partito. È vero che adesso il Patto non c’è più, almeno sulla carta (sulla carta in senso metaforico). Ma paradossalmente, la battuta di Stefano Fassina dopo il varo dei licenziamenti collettivi, «Sacconi ora entri nel Pd», svela che sotto un certo aspetto è come se il Nazareno ci fosse ancora.

Alla faccia del “metodo Mattarella”, venti giorni dopo l’elezione del Presidente il Pd di Renzi è in guerra con i sindacati, procede a colpi di maggioranza come avrebbe fatto Berlusconi sulla Costituzione, è «gasatissimo» per Marchionne, guida l’unico Paese d’Europa (Unione europea compresa) che ancora non ha approvato un documento parlamentare favorevole al riconoscimento dello Stato di Palestina. Intendiamoci, su ciascuno di questi punti si può discutere, o meglio si potrebbe fare un convegno per discutere se il posizionamento di Renzi sia “di sinistra” o “di destra”. Intendo dire che molti pensano che le posizioni renziane siano la vera sinistra e quelle tradizionali del Pd siano pura “conservazione”. Anche per scelte come questa il Pd dopo un anno di governo Renzi è oggi un partito fortissimo, più forte di quanto sia mai stato.

Tuttavia, ed è un altro paradosso, oggi il Pd è più che mai un partito al bivio. Lo è la minoranza non renziana dei gruppi parlamentari, per la quale, particolarmente per chi ha cercato in questo anno una via “riformista” di coesistenza leale e dialettica col renzismo, la strada si fa sempre più stretta e meno praticabile. Ma lo è anche la maggioranza interna, e Renzi stesso. Il disagio di quello che comunque resta una parte di opinione pubblica democratica che non trova. più rappresentanza si è già varie volte manifestato sotto forma di astensionismo e di disaffezione. Il caso vuole che proprio quel pezzo di Pd ne sia sostanzialmente l’architettura portante: in termini di militanza, di volontariato, di impegno sul territorio: e questa ossatura sta oggettivamente venendo meno.

Non si capisce d’altro canto con che cosa il gruppo dirigente renziano intenda eventualmente sostituire questa infrastruttura: il precipitoso inizio dell’avventura governativa, dopo una fase primarista-congressuale in cui già si era discusso molto più di governo che di Pd (ricordo il confronto su Sky tra i candidati alle primarie, dove di domande sul partito non ne venne posta neanche una), ha impedito di capire se c’è una strategia renziana di gestione del partito. Oggi, come dimostrano episodi come quello delle primarie liguri o delle non-primarie campane, il Pd sui territori è ridotto a ceto politico in guerra per bande, ai limiti della coesistenza. Non c’è un’idea su come far funzionare la struttura in assenza di finanziamento pubblico, e intanto negli stessi gruppi parlamentari proliferano quotidianamente nuove correnti a vario grado di renzismo (e perfino di anticorrentismo).

E mentre si viaggia verso l’approvazione di una legge elettorale iper maggioritaria e anzi che ambisce a favorire un’evoluzione “bipartitica” del quadro politico, si capisce sempre meno chi possano essere gli avversari del Pd, e quale collocazione politica il partito voglia darsi.

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