Quel mondo ipocrita della politica a “costo zero”

Se fare attività politica richiede ingenti risorse, evidentemente costa ancor più il dovere della trasparenza nel rendicontare davanti all’opinione pubblica chi ha finanziato chi e con quali cifre

Soldi ai partiti? Tanti, maledetti e subito. Da sempre, anche dopo l’abolizione dal 2017 del finanziamento pubblico concesso ai gruppi parlamentari. Perché il denaro si infiltra nella vita pubblica come l’acqua piovana, scopre mille rivoli per arrivare a destinazione. In un trionfo di italica ipocrisia. Ultimo esempio i finanziamenti incassati dalla fondazione Open, la cassaforte del renzismo di governo. La Procura di Firenze indaga mandando in fibrillazione quello che fu il “giglio magico”. Filtrano dettagli intriganti sulle elargizioni degli amici degli amici, in attesa di scoprire – chissà fra quanti anni – se hanno davvero un fondamento le contestazioni penali mosse ad Alberto Bianchi e a Marco Carrai, i fedelissimi del capo. 
 
Fa quasi tenerezza il senatore di Scandicci quando dice “guadagno molto bene, non ho niente da nascondere” a proposito dei prestiti ricevuti e poi restituiti per l’acquisto della sua nuova casa fiorentina. Renzi è stato un maestro della comunicazione; non gli sarà difficile fare uno sforzo e raccontare come stanno le cose.
Più complicata la vicenda pubblica. Fare politica costa. Mente chi sostiene il contrario. Anche Luigi Di Maio, mercoledì da Bruno Vespa, ha dovuto ammettere che la campagna elettorale sua e del M5S nel 2018 è costata 800mila euro. Molto? Poco? Giudichino gli elettori. Il finanziamento pubblico invece è sempre stato vissuto come un odioso privilegio della partitocrazia; nel lontano 1993 ben 34 milioni e mezzo di italiani si schierarono con Marco Pannella nel referendum abrogativo, subito dopo raggirato con una nuova norma. Quella che consentì alla Lega di Bossi & family di incassare i famosi 49 milioni spariti nel nulla. 
 
Con i partiti ridotti allo stato liquido sono proliferate le fondazioni politiche di ogni colore. Hanno raccolto fondi senza l’obbligo di contabilizzare i soldi ricevuti né di comunicare i nomi dei privati benefattori. Un mondo a parte. La renziana Open nacque nel 2012 e terminò l’attività nel 2018 raccogliendo in quell’arco di tempo 6,7 milioni. Sul sito della fondazione comparivano i nomi dei sostenitori; meno della metà però. Così quando a inizio settimana la Guardia di Finanza è andata a perquisire gli uffici di diversi imprenditori (non indagati) generosi con l’ex premier è scattato il corto circuito politico-giudiziario. Un colpo d’ariete al traballante castello dell’alleanza di governo. 
 
Se fare attività politica richiede ingenti risorse, evidentemente costa ancor più il dovere della trasparenza nel rendicontare davanti all’opinione pubblica chi ha finanziato chi e con quali cifre. Ha formalmente ragione Renzi quando dice che le fondazioni non sono soggette alle stesse regole dei partiti per quanto riguarda le forme di finanziamento. Ma è un argomento polemico da avvocato, non da politico. L’ex premier ha il dovere della chiarezza. Non può imitare l’altro Matteo che quando gli dici 49 fa l’occhio di pesce. 
 
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