La lezione di due ragazzi italiani

È stato meglio che in un sogno e non c’è stato neanche bisogno di svegliarsi per capire che era tutto vero. Perché a un certo punto l’impossibile è diventato realtà, abbiamo scoperto che il figlio del vento è italiano, che stavolta Carl Lewis o Usain Bolt ce l’abbiamo noi e si chiama Marcell Jacobs. Un po’ come se l’Albania vincesse i Mondiali di calcio, perché in 32 edizioni dei Giochi Olimpici nessun italiano era mai arrivato a correrla la finale della gara fra le gare, quei 100 metri che rappresentano il momento più importante della rassegna a cinque cerchi.

Neanche Livio Berruti e Pietro Mennea, medaglie d’oro sui 200 nel 1960 e nel 1980, hanno mai potuto arrivare a sfiorarlo quel sogno. La Freccia del Sud, a Mosca, quando trionfò nella doppia distanza, appena 48 ore prima era stato eliminato in semifinale. Ed era fra i favoriti.

Marcell fra i papabili per l’oro non c’è mai stato, però non è spuntato dal niente, è arrivato a Tokyo a fari quasi spenti, crescendo gara dopo gara e coltivando quel sogno che è diventato splendida realtà. Si era capito da sabato in batteria che una medaglia sarebbe potuta arrivare ma è stato il terzo posto in semifinale, nell’arrivo al photofinish con gli altri due sul traguardo un centesimo prima, a far capire che si stavano aprendo le porte di quello che somiglia a uno sbarco su Marte. Era partito lento, più lento di tutti, e li aveva ripresi. Gli altri lo hanno guardato e hanno cominciato a capire.

La regia internazionale, prima del via dell’ultimo atto, indugiava sulla corsia tre. E sulla corsia tre c’era lui con lo sguardo fiero e gli occhi senza paura. E chi sa un po’ di atletica certe cose le capisce prima, si aveva la stessa sensazione guardando Stefano Baldini durante la maratona di Atene nel 2004, quando in testa c’era un altro e lui inseguiva con calma.

Poco dopo metà gara si è capito che era quasi fatta, fin troppo facile. E poi si è scoperto che c’era un nuovo “tempone”, ancora record d’Europa, già fissato in semifinale. Prima 9”84 e poi 9”80, sei centesimi meglio di quanto aveva saputo fare Carl Lewis; un centesimo meglio di Usain Bolt cinque anni fa a Rio. E solo a pensarla allora, una cosa di questo genere rasentava la blasfemia laica.

E poi quell’abbraccio subito dopo il traguardo con Gianmarco Tamberi che undici minuti prima aveva vinto l’oro del salto in alto, cinque anni dopo il dramma di un brutto infortunio che lo aveva privato della presenza in pedana a Rio de Janeiro. L’armatura del gesso che gli aveva immobilizzato la gamba con la scritta “Road to Tokyo” era lì, accanto al punto di inizio della rincorsa. Non aveva buttato mai via quel gesso per portarlo dove adesso può far festa. In quegli undici minuti c’è il momento più alto mai vissuto dallo sport italiano. Non ci saranno i cortei clacsonanti per strada dei Mondiali o dei recenti Europei di calcio, perché l’atletica, il nuoto, la scherma, il tennis non potranno mai scatenarne. Però la data del 1° agosto 2021 andrà scolpita a caratteri d’oro, perché oltre all’immensità delle due medaglie ci sono i messaggi che ne conseguono.

Tamberi è il simbolo della tenacia, della resilienza, dell’ostinazione nel riprendere una via interrotta. Nessuna televisione mostrerà mai nel dettaglio quanto possano essere terribili le sedute di allenamento di chi si riprende da un infortunio e di chi ricostruisce una carriera ricominciando a saltare su basse misure, soffrendo ore e ore in palestra ad alzar pesi e ad affinare la tecnica. Serate terribili, spesso in solitudine, con la stanchezza unica compagna di allenamento.

Jacobs è uno dei tanti bambini che si è avvicinato allo sport con quel sogno, prima il calcio e poi la corsa. Passo dopo passo, dai campionati regionali, alle gare nazionali, ai titoli italiani e ai primi affacci nello scenario mondiale. Con uno sguardo timido nel veder vincere gli altri pensando, senza dirlo a nessuno, «ma questi io voglio batterli». Ci sono molti meriti nella nuova gestione della Federazione italiana di atletica leggera, che solo pochi anni fa era alle macerie delle zero medaglie dei Mondiali del 2015 e alle Olimpiadi del 2016. Ma ci sono soprattutto i meriti di questi ragazzi che ci lasciano una grande lezione: non ci si devono porre limiti, neanche quando il cammino ha un brusco stop. Tutto nasce da un sogno, da una visione e sono cose che contano più dei mezzi fisici e del talento. Certo, bisogna anche essere forti. Ma i momenti di gloria arrivano solo quando dietro c’è un grande lavoro, non sono mai per caso e mai gratis.

E c’è anche un ulteriore elemento che collega la magia di questa giornata al passato più glorioso del nostro sport. Adesso l’Italia detiene i due record europei delle specialità più veloci dell’atletica, quello dei 100 metri con Marcell Jacobs e quello dei 200 con l’immenso 19”72 di Pietro Mennea, ottenuto a Città del Messico il 12 settembre del 1978, allora record del mondo rimasto tale fino all’avvento di Michael Johnson, 18 anni dopo.

Un segnale, un punto di contatto che unisce due epoche diverse. Nulla che cambi i destini di un Paese alle prese con altre difficoltà. La retorica delle imprese sportive non andrebbe mai estesa ad altro. Ma va senz’altro colta la lezione che ci lascia una disciplina sportiva che ha saputo ripartire dal suo momento peggiore, semplicemente con l’impegno. E anche quella di due ragazzi italiani. Il resto della serata di gloria è fatto di feste, tappi di Prosecco o Franciacorta che saltano. E di titoli di giornali stranieri che rendono tutto più gioioso. Spicca quello degli spagnoli di Marca: «Definitivamente, Dios es italiano». Non c’è bisogno di tradurre, nel dubbio è anche bello crederci che sia così. Nel frattempo, godiamoci il momento. Aiuta, perché questo è uno di quei giorni in cui è più bello essere italiani. 

Twitter: @s_tamburini

RIPRODUZIONE RISERVATA