Oristano, presa banda di falsi restauratori di beni della Chiesa

Blitz dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio in Sardegna e nel Nord Italia. La procura: «Sono predoni professionali»

ORISTANO. Presentandosi come restauratori di beni culturali ecclesiastici hanno messo a segno un centinaio di estorsioni e truffe ai danni di diversi istituiti della Chiesa e ignari sacerdoti. Dalle prime luci dell'alba, nel Centro-Nord Italia, è in corso una vasta operazione dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale che stanno eseguendo 8 misure cautelari emesse dal Gip del Tribunale di Oristano, nei confronti di un gruppo criminale di etnia rom che prima in Sardegna e poi in altre regioni del Paese ha portato avanti la sua azione criminale. L'operazione, denominata Res Ecclesiae è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Oristano. La banda era composta da 13 persone.

Il Nucleo tutela patrimonio e lo stesso procuratore di Oristano, Ezio Domenico Basso li hanno definiti «predoni professionali». Si presentavano come veri esperti restauratori per carpire la fiducia delle loro vittime. Poi attraverso l'utilizzo di automezzi, schede e telefoni, falsa modulistica e persino di un locale dotato della strumentazione necessaria alla realizzazione di trattamenti galvanici, i «consociati» simulavano l'attività di una solida e strutturata azienda di restauro. Almeno cento le vittime in Sardegna.

Le indagini sono partite nel 2017 dalla denuncia di un sacerdote di Cagliari, finito nel mirino della banda, e poi si sono allargate a tutto il territorio regionale. Quando gli indagati hanno capito che i carabinieri erano sulle loro tracce, hanno lasciato la Sardegna e si sono spostati in altre regioni d'Italia dove, secondo gli investigatori, avevano già iniziato ad organizzare altre truffe. Oggi nel corso delle perquisizioni sono stati recuperati oggetti provenienti da chiese sarde, ma anche di altre città Italiane. L'importo estorto è stato quantificato in diverse centinaia di migliaia di euro, a cui vanno sommati il valore dei pezzi mai restituiti e i danni provocati ai beni «lavorati» dai falsi restauratori.

«Tutti gli oggetti sottoposti a questi lavori non autorizzati non possono definirsi in uno stato di conservazione migliore rispetto al momento precedente l'intervento, ma anzi scontano i danni di operazioni invasive - scrive il gip nell'ordinanza riportando le dichiarazioni degli esperti della Soprintendenza - gran parte dei manufatti hanno subito operazioni aggressive, invasive e scorrette sotto tutti i profili, che non hanno fatto altro che accelerare il loro processo di degrado e perdita di identità di bene culturale».

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