Il direttore del Centro protesi Inail: “Con una tecnologia da gare olimpiche daremo a Mustafa e suo padre gambe nuove”

ph.Fabio Di Pietro

Gregorio Teti: «L’obiettivo iniziale è restituire autonomia»

DALL’INVIATO A BUDRIO (BOLOGNA) .«Per ora abbiamo visto quello che hanno visto tutti, cioè le immagini e i filmati circolati attraverso i media. Però alcune valutazioni preliminari siamo già riusciti a farle: il papà ha un’amputazione da trauma e quindi il percorso protesico riabilitativo sarà quello per noi di routine. La situazione del piccolo Mustafa, invece, è molto più complessa: avendo una malformazione plurima congenita la sua realtà, fino adesso, è stata quella di un’esistenza senza arti. Ci vorrà moltissima gradualità». L’ingegner Gregorio Teti, 50 anni, direttore tecnico del Centro protesi Inail di Budrio, nel Bolognese, è l’uomo che ha il difficilissimo compito di avvicinare il più possibile la realtà ai sogni di Munzir e Mustafa. Un po’ come ha fatto con Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Contraffatto, le tre atlete italiane che si sono prese tutto il podio nei 100 metri ai Giochi paralimpici di Tokyo.

Ingegner Teti, siete abituati alle sfide. Che lavoro vi attende con la famiglia siriana?
«Innanzitutto si dovranno dipanare i dubbi sulle condizioni del bimbo che, anche a causa di altre malformazioni, ha un quadro generale complicato. In ogni caso l’obiettivo finale, per noi, è portare il più possibile Mustafa verso una condizione di autonomia».

Quando proverà le prime protesi?
«Al più presto. Si partirà dagli arti superiori e poi si passerà a quelli inferiori cominciando con protesi semplici e leggere in modo da non invadere in maniera impetuosa l’attuale equilibrio del bambino nei confronti del mondo esterno. Il tutto sarà gestito attraverso il gioco, cercando di fargli passare il concetto che ci sono dispositivi in grado di migliorare la gestione delle attività quotidiane».

Quali problemi vi aspettate?
«La difficoltà maggiore sarà fargli accettare qualcosa di estraneo. Potrebbe capitare, ad esempio, che il bambino faccia un bilancio dei vantaggi e degli svantaggi di avere le protesi e magari attui dei sistemi di compensazione diversi».

Avete già seguito casi simili?
«In 60 anni di storia da qui sono passate tante persone malformate e abbiamo avuto successi e insuccessi. Conta molto la capacità dei singoli di adattarsi».

Come procederete con Munzir?
«L’obiettivo, per il papà, è la ricostituzione del suo schema corporeo. Uno schema di cui lui ha memoria. Miriamo a restituirgli le condizioni pre-trauma».

Quanto si fermeranno da voi?
«Sarà necessaria una stabilizzazione in Italia dalla famiglia. Per Mustafa dopo il primo progetto saranno ovviamente necessari adeguamenti alla sua crescita. Munzir dopo circa 20-30 giorni dal suo ingresso nel centro dovrebbe avere una deambulazione libera».

Che protesi utilizzerete?
«Ogni nostro progetto nasce da un foglio di carta e si realizza su misura. Partiremo con protesi di medio-alto livello per poi arrivare, se ci saranno le condizioni, a protesi più sofisticate. Bisogna capire nel tempo cosa succederà e se sarà possibile un mantenimento della continuità assistenziale. La protesi migliore non è per forza quella più tecnologica, ma quella più utile».

Ha già pensato a quando li incontrerà?
«Sì, dirò loro quello che dico ogni volta: siamo a disposizione e ce la metteremo tutta per creare empatia. Siamo un centro pubblico, il nostro lavoro ruota attorno alle persone che affidano a noi la loro vita. La ricompensa più grande è il loro sorriso. Forse non dovrei dirlo ma spesso, per migliorare le nostre protesi, ci perdiamo il sonno».

(fonte: La Stampa)