Dal Bianco al Rosa fino alla Marmolada: i ghiacciai perduti

Due scatti che mostrano il ghiacciaio Sommellier, a Bardonecchia, al confine tra il Piemonte e la Francia: la prima degli anni Sessanta, quando era meta degli appassionati di sci, la seconda ora, quasi scomparso

Le alte temperature svestono le montagne cambiando il panorama e riducendo le riserve. Soltanto in Valle d’Aosta ne sono scomparsi oltre 30 in vent’anni. L’amarezza degli esperti: «Facciamo da anni sempre gli stessi errori»

Vesti che cadono. Anzi, fondono. E la montagna resta nuda, con rocce che paiono di un altro pianeta e morene che crescono. Ciò che è fragile, come tutto ai confini tra terra e cielo, diventa arido pericolo che ruba meraviglia al panorama. Effetto di una terra troppo calda. «Alzi gli occhi, guardi il Monte Bianco e ti sembra agosto», dice Jean-Pierre Fosson, segretario della Fondazione Montagna sicura. Siccità fin dall’inverno. La neve se ne va con temperature torride: lo zero termico a 5 mila metri. E sotto rivoli, torrenti solcano i ghiacci. La Fondazione monitora da anni, si aiuta con le tecnologie più sofisticate, usa i satelliti per scovare il pericolo più grande, i laghi definiti “effimeri”, che compaiono per fusione dei ghiacci, nelle loro profondità e scompaiono. A volte provocando disastri. Succede sovente in Himalaya o nel Karakorum, dove ai piedi degli Ottomila ghiacciai vallivi formano laghi trattenuti da dighe di morene che crollano e devastano villaggi, coltivazioni. Fosson: «Scrutiamo dall’alto per scovare l’acqua nascosta o in formazione, ma è normale. Voglio dire che la vita in montagna si confronta da sempre con i rischi».

La Valle d’Aosta ha un terzo della superficie glaciale d’Italia e in vent’anni ha perso 32 ghiacciai. Vittime del clima e della noncuranza umana che ha precipitato nella febbre il pianeta. Ora la più piccola regione d’Italia, protetta da una corona di montagne oltre i 4.000 metri, ha ancora 184 ghiacciai, ma i dati contenuti nel dossier “SottoZero”, frutto della ricerca di ArpaVda (agenzia per la protezione dell’ambiente), Fondazione Montagna sicura, Centro funzionale della Regione e Società meteorologica italiana di Luca Mercalli, indicano fusioni rapide. Cifre del 2021 anche su quanta acqua è andata perduta. La neve sul manto glaciale era pari a 870 milioni di metri cubi d’acqua, cioè il 23 per cento in meno rispetto alle medie dei vent’anni precedenti. I ghiacciai sono memoria anche del clima e sono l’indicatore più evidente di che cosa accade alla Terra. Le temperature sulle Alpi salgono di più che in pianura.

«Ma l’anno più terribile di sempre è stato il 2017 – dice Christian Casarotto, glaciologo in Dolomiti – Certo che questo giugno è da record». Il ghiacciaio della Marmolada, misurato fin dal 2012 dagli esperti di Provincia autonoma di Trento, Museo Muse e Sat (Società alpinisti tridentini), ha perso quasi 9 metri di spessore in dieci anni. Casarotto: «A me stupisce che se ne parli. Mi fa rabbia, amarezza. Sa che cosa succede se piove? Non se ne scrive più. Dubito della maturità di homo sapiens. È normale che se apri il rubinetto esca l’acqua. È quello che accade con il cambiamento climatico. Ripetiamo da anni gli stessi errori senza badare a alimentazione, trasporti, risorse energetiche alternative. Che tristezza, almeno quanto vedere i ghiacciai in agonia». Il giugno da record in tutto l’arco alpino significa avere ad alta quota il 75 per cento in meno di neve rispetto alla media.

Claudio Smiraglia, grande glaciologo italiano, vent’anni fa aveva previsto il 2100 come limite di vita dei ghiacciai sulle Alpi. Riccardo Scotti responsabile del Servizio glaciologico lombardo: «Il ghiacciaio dell’Adamello, il più grande d’Italia, in 33 anni ha perso quattro chilometri quadrati di superficie, cioè si è ridotto del 22 per cento, l’equivalente di 570 campi di calcio. Sessanta metri del suo spessore sono svaniti dal 2007. Impressionante».

L’altro grande ghiacciaio italiano è il Forni, nella lombarda Valtellina. Scotti: «Sei anni fa si è diviso in tre tronconi, due colate laterali che si sono staccate da quella centrale». Era il ghiacciaio vallivo più grande d’Italia, gli altri erano in Valle d’Aosta. Verbi che si possono solo declinare all’imperfetto perché il Pré-de-Bar nel Bianco (in Val Ferret), il Lys del Monte Rosa o il Tsa de Tsan in Valpelline non sono che uno sbiadito ricordo. Ancora Scotti: «Quello che accadeva prima dell’era industriale era inarrestabile, ma adesso noi possiamo decidere il destino se seguiamo le indicazioni ambientali decise a Parigi. Possiamo salvare il 40 per cento dei ghiacci sulle Alpi».

In Piemonte il confronto fra due foto del ghiacciaio Sommellier sui monti di Bardonecchia è esemplare. «Era il luogo dello sci estivo dei torinesi fino al 1984 – dice Gianni Boschis, glaciologo -. Dagli Anni 80 ad oggi ha perso 50 metri di spessore». Scotti indica il grande problema: «I ghiacciai non si formano più». Sulle Alpi, alle quote più alte ci sono da migliaia di anni. Sul Monte Rosa alla Gnifetti è stato calcolato che il ghiaccio c’è da 15 mila anni e all’Ortles da 7 mila. Fosson da Courmayeur dice: «Noi puntiamo su un’educazione spinta. Parlarne, far sapere». E Boschis per il settimo anno organizza dal 22 al 27 agosto sul Monte Bianco il suo “Ghiaccio fragile”, corso per insegnanti da tutta Italia sul clima. «Lo scopo – dice - è mettere in pratica strategie didattiche ed educative in tutte le materie per cercare di sopperire ai ritardi dei programmi scolastici e del ministero dell'Istruzione in tema di cambiamenti climatici». Una lezione sarà a 3.500 metri sul ghiacciaio del Dente del Gigante.

(fonte: La Stampa)