Svolta nei campi, torna a crescere la superficie coltivata a cereali

Un +1,6% nell’ultimo biennio dopo un lungo declino. E arriva l’acqua nelle risaie: fra Novara e Vercelli sta per rivedersi il “mare a quadretti”

C’è un’inversione di tendenza – positiva – nella coltivazione di cereali in Italia: mentre dal 2010 al 2019 la superficie a loro destinata si è ridotta dal 51,9% al 45,9% del totale dei seminativi, la previsione per il 2020-2021 è di una crescita dell'1,6%. Lo rivela un rapporto dell’Istat. Non è certo la “battaglia del grano” che Mussolini, a suo tempo, provò a combattere in nome dell’indipendenza alimentare italiana, ma il nostro sistema agricolo può uscire rafforzato da questi sviluppi nel biennio in corso. C’è anche la necessità di rimediare ai guasti prodotti dal coronavirus; secondo l’Istat ammonta al 59,2% la quota di aziende agricole che hanno chiesto e ottenuto aiuti economici per far fronte alla calamità sanitaria e alle sue conseguenze economiche. 

Le Regioni che nel 2020 hanno avuto la superficie più estesa coltivata a cereali sono state la Puglia e il Piemonte, rispettivamente con il 13,8% e l’11,4% del totale nazionale. Cerali, sì, ma che tipo di cereali? In Puglia oltre l'83% della superficie loro destinata ospita grano duro, mentre  nel Piemonte il 40,1% è dedicato al mais; e il Piemonte rappresenta anche la Regione con la maggiore superficie investita a riso: oltre il 50% del totale nazionale. E la produzione di riso cresce a un ritmo doppi di quello dei cereali a livelli nazionale: a Novara e provincia, ad esempio, ha fatto +3% nel 2020.

Un percorso per biciclette in mezzo al "mare a quadretti" delle risaie

Ecco, il riso. Questo è il periodo in cui fra Novara, Vercelli e Biella (e anche nella lombarda Pavia) le risaie cominciano, piano piano, a riempirsi d’acqua, ricreando, nell’ennesima primavera, il cosiddetto «mare a quadretti»; è un grande colpo d’occhio vedere dall’aereo (o almeno, era un grande colpo d’occhio, negli anni felici pre-Covid, quando si poteva volare...) le città e i paesi della pianura che galleggiano su una superficie azzurra. E questo è anche il momento in cui tornano in massa dall’Africa gli aironi migratori: di tante specie diverse, aironi piccoli e grandi, bianchi e grigi o con piumaggi più fantasiosi, col becco dritto o curvo, giallo o nero, zampettano in questi specchi d’acqua perfetti.

Adesso se ne vedono a stormi, ma non è sempre stato così. Concedetemi una testimonianza personale, da figlio di una novarese doc, cresciuta in una cascina alle porte della città. Purtroppo, la mia mamma è mancata da poche settimane, per cui nel 2021 non può più assistere a questo spettacolo. Ma nelle scorse primavere, quando la portavo in macchina fra Novara e Torino, dove io vivo e lavoro, lei era affascinata, e mi raccontava che da bambina vedeva pochissimi aironi... probabilmente perché i cacciatori li uccidevano, e i monelli rubavano le uova dai nidi. Gli aironi hanno cominciato a rifarsi vedere in grande numero solo a partire dagli anni '70. Questo per dire che non tutto oggi va male, anzi per certi versi l'ambiente naturale, adesso, è più rispettato e più ricco di un paio di generazioni fa.

Se nel presente le risaie novaresi, vercellesi eccetera sono piene di aironi, nel passato pullulavano di mondine. Le mondine, cioè le donne e le ragazze che venivano da tutta Italia per “mondare” i campi dalle erbacce, e poi per mietere le piantine di riso. Il loro non era solo un lavoro, era pure un'occasione eccitante di indipendenza, con risvolti anche politici. Le braccianti locali non bastavano, per cui migliaia di ragazze venivano qui dal Triveneto e dal Sud Italia, che all’epoca erano mondi chiusi e un po’ opprimenti per le donne. Con grandissimo piacere queste signorine si prendevano una vacanza nel Nord Ovest dai costumi più liberi. Nei loro paeselli, le ragazze avrebbero fatto la spia l'una all'altra, invece a Novara, Vercelli, Pavia si coprivano le une con le altre, e quello che facevano restava per sempre ignoto al paese di origine. Una vacanza assoluta, affiancata al duro lavoro. E una cosa non cancellava l’altra.

E qui ho una seconda testimonianza in famiglia, anzi una confidenza. Il mio papà, che era, sì e no, un ventenne napoletano emigrato a Novara, prima di fidanzarsi con la mia mamma sentiva quest'atmosfera di eccitante libertà, nella stagione in cui arrivavano in città quei treni strapieni di mondine, colorate, vocianti, felici, e improvvisamente molto sicure di sé e di quello che volevano. Papà? Ah, la mia mamma era proprio bellissima... ma negli anni in cui non era ancora fidanzato con lei, gli auguro di aver incontrato una mondina come Silvana Mangano in “Riso amaro”, il famoso film che ha reso noti (anche in America) lei e Vittorio Gassman (un Gassman che qui, forse per la prima e unica volta in vita sua, fa la parte del cattivo!). Il film è stato girato in varie “location”, ma principalmente nella Tenuta Selve di Salasco, che è vicino a Novara ma, per la verità, un po’ oltre il confine della provincia di Vercelli. Eh beh, questioni di campanile.

La Mangano in “Riso amaro” appare come un Venere delle risaie, statuaria. E di sicuro l’epopea delle mondine ha contribuito a preparare e a spargere in tutta Italia i semi della rivoluzione sessuale. Ma non si è trattato solo di sesso, benché il sesso sia importante in ogni rivoluzione. Siccome le ragazze da mondine facevano gruppo, sviluppavano, per la prima volta, anche una coscienza sindacale. La famosa canzone “Sciur padrun da li beli braghi bianchi / fora li palanchi, fora li palanchi...” la cantavano loro nelle risaie. E lì è nata pure una coscienza politica: durante il regime fascista, migliaia e migliaia di ragazze in risaia cantavano (sulle note della fascista Giovinezza) la deformazione «Giovinezza pé 'n tal cü / giovinezza pé 'n tal cü / primavera di bellezza pé 'n tal cü / Il  fascismo pé 'n tal cü / è la schifezza pé 'n tal cü / della nostra inciviltà». Protette dalla massa di migliaia di loro, le mondine potevano cantarla impunemente. «Pé 'n tal cü», per chi non capisce, in dialetto novarese (che svolgeva una funzione di esperanto) vuol dire «calcio in culo» inteso come «fregatura».

La canzone in realtà era molto più lunga, ma purtroppo non sono riuscito a ritrovare il testo completo, neanche in Internet. Ne ricordo, moltissimi anni dopo averla sentita per intero, un ulteriore frammento, che sulle note musicali corrispondenti a «per Benito / Mussolini / eja eja alalà» dice che gli squadristi «sono protetti / dalla sbirraglia / hanno tutte le impunità». C’è persino la rima con alalà, ma purtroppo non mi sovviene di più. Sono passati troppi anni!

Uno sciopero delle mondine a Vercelli, addirittura nel 1906: la coscienza sindacale si sviluppò precocemente fra le ragazze che lavoravano nelle risaie

Insomma, quello delle mondine era tutto un mondo, un universo di significato. Che poi è stato cancellato dalle macchine agricole. Eppure la loro epopea non è stata invano. Il nostro mondo, in tante cose buone, è figlio anche del loro. E sicuramente le donne italiane del XXI secolo godono, forse senza esserne consapevoli, di una libertà che sono state le mondine a cominciare a conquistarsi, per se stesse e per tutte.
 
 
 
 

(fonte: La Stampa)