Assange come Zaki e Navalny, non voltiamoci dall’altra parte

L’estradizione negli Usa del fondatore di WikiLeaks è un atto contrario alla democrazia

Se questo è un uomo, noi non possiamo dimenticarci di Julian Assange. Noi che abbiamo una certa tendenza a distrarci. Sì, lo sappiamo. Ci sono tanti altri problemi. C’è stata la pandemia, poi la guerra, ora la crisi energetica, la fame e la siccità. E arriveranno anche le cavallette (anzi, ci sono già, in Sardegna). Ma noi occidentali, che ci siamo spesi con nobili parole in difesa dei valori e dei diritti umani minacciati in Ucraina, che chiediamo la verità per Giulio Regeni e la libertà per Patrick Zaki, che abbiamo denunciato la morte di Anna Politkovskaja e che temiamo per la vita del grande oppositore di Putin Alexei Navalny, che invochiamo la libertà di stampa in Turchia e in Cina e in tutti i paesi dove è negata, che condanniamo la censura e i cattivi che incarcerano i giornalisti, non possiamo girarci dall’altra parte se viene concessa l’estradizione negli Stati Uniti di un uomo – un giornalista per l’appunto - reo di aver fatto il suo mestiere, cioè di aver pubblicato notizie vere.

Siamo davvero distratti a tal punto? Cosa ha fatto Julian Assange? Breve riassunto per sommi capi, per i più distratti: Wikileaks, il sito da lui diretto e fondato con un gruppo di giornalisti investigativi e attivisti, nel 2010 ha pubblicato i cable segreti della diplomazia americana sui reati compiuti dai militari in Iraq e Afghanistan. Sono 700mila file che dimostrano le atrocità, le bugie e le torture. E sbugiardano il governo Bush sulle verità distorte raccontate su quelle guerre, le falsità usate per giustificare la guerra in Iraq. Assange non è un hacker, non ha rubato quelle notizie, ha semplicemente deciso di rendere pubbliche informazioni molto scomode che gli sono state passate da fonti anonime. Decidere di pubblicarle, ha detto era un «dovere per la storia e per i cittadini dei paesi in questione», un dovere più importante della sua sicurezza.

Non è più un uomo libero dal 7 dicembre 2010, quando si è presentato spontaneamente a Scotland Yard per un mandato di cattura internazionale per non aver indossato un preservativo. Un anno e mezzo di arresti domiciliari, poi 7 anni da rifugiato politico (in realtà di carcere senza neppure l’ora d’aria concessa ai peggiori criminali) in una stanza dell’Ambasciata dell’Ecuador a Londra. Asilo politico poi revocato per pressioni facilmente intuibili.

Oggi Julian Assange è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarch, alle porte di Londra. Un luogo lugubre – non a caso lo chiamano la Guantanamo inglese – dove di sbattono i terroristi e gli omicidi. Nel frattempo, ha sposato Stella Moris, ex avvocato della sua difesa e attivista per i diritti umani, e da lei ha avuto due figli. Il tentativo di dare un senso a una vita che gli è stata tolta senza un reale processo, la volontà di aggrapparsi a un barlume di speranza nel futuro. Non facile, ma l’ha fatto. Dicono che è sempre stato una testa dura, un irregolare, un nomade che girava il mondo con lo zaino in spalla e il computer. Anche la madre, in Australia, aveva capito che era un ragazzino diverso e aveva scelto per lui un percorso di studi non accademico. Ha ricevuto un’istruzione poco formale e poi ha all’università ha frequentato corsi di fisica e matematica. Genietto dei computer e della rete e della criptografia, è uno che non si piega, dicono gli attivisti che lo sostengono.

Ma adesso è arrivato l’ultimo capitolo. Le condizioni di salute di Assange sono precarie. Ha 51 anni, è dietro le sbarre da quando ne ha 39, ha già avuto un ictus. Lo psichiatra Michael Kopelman, professore del King’s College, che ha fatto le perizie parla di perdita di sonno, dimagrimento, difficoltà a concentrarsi, uno stato di agitazione continua, pensieri di suicidio e di autolesionismo. Si tira pugni in testa, batte la testa contro le pareti e nel suo armadietto, nascosta tra le mutande, è stata trovata una lametta da rasoio.

Quando la settimana scorsa Priti Patel, la orribile ministra dell’Interno del già pessimo governo Johnson, una donna visceralmente razzista e tendenzialmente fascista, ha firmato l’ordine di estradizione, Assange ha dichiarato che si suiciderà piuttosto che passare i prossimi 175 anni in un carcere americano.

Chi lo conosce dice che troverà il modo di farlo. Julian Assange non è un personaggio simpatico. Nel senso che non genera quella istintiva onda empatica come capita ad altri perseguitati dal potere.

Per gli americani è un criminale. Per noi cosa è? Fare giornalismo è un crimine? È un atto sovversivo? È un atto terroristico? Alcuni sostengono che negli Stati Uniti avrà un processo equo. Ma processarlo per cosa? Non esiste in Usa una legge che vieta la pubblicazione di file segreti (lo dice il Primo Emendamento). E inoltre lui è un cittadino australiano, quindi non c’è neppure un caso di alto tradimento. Alice Walker, vincitrice del Premio Pulitzer (da notare che i Pulitzer in America li vincono sempre giornalisti che pubblicano notizie scomode) ha definito un «abominio voler imprigionare per 175 anni una persona che ha pubblicato informazioni vere nell’interesse pubblico». I suoi sostenitori manifestano e indossano magliette con una sua frase: «Se le guerre possono essere avviate dalle bugie, possono essere fermate dalla verità».

Censurare e imprigionare lo fanno le autocrazie. Lo fanno i dittatori. Le democrazie non dovrebbero farlo e dovrebbero impedire che altri lo facciano.

(fonte: La Stampa)