La svolta Pd. Letta ormai è rassegnato: “Casini ci terrebbe uniti e salverà la maggioranza”

I dem pronti a rinunciare a Draghi, regge l’asse anti-destra con Renzi

ROMA. «La legislatura deve arrivare fino in fondo, venerdì voterò qualcosa che non è il mio ideale». Quando Enrico Letta alle nove di sera pronuncia queste parole, i grandi elettori dem capiscono l’antifona. Tutti si girano e pronunciano un solo nome. Il segretario non lo fa, ma i dem sanno - dopo i report delle riunioni di giornata - che si riferisce a una figura che non è la sua prima scelta: Pierferdinando Casini. Sarebbe lui il candidato in grado di tenere unita la maggioranza che sostiene il governo Draghi. Le frasi di Letta confermano la svolta: «Dobbiamo fare tutto per tutelare Draghi in qualsiasi ruolo».

Dopo aver parlato al telefono con Matteo Salvini e Giorgia Meloni, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, il dado è tratto, il premier sembra lontano dal Colle, almeno così pare prima del round finale di trattative. «E’ tutto per aria e non per colpa nostra», mette le mani avanti Letta gettando la palla in campo avverso. E raccontando come «per ora il centrodestra ha detto di no a tutte le nostre ipotesi di personalità terze: Mattarella, Draghi, Amato, Casini, Cartabia, Riccardi. Spero che almeno uno dei loro no si trasformi in sì».

Il summit con i tre ministri

«Se Salvini oltre a Sabino Cassese ci propone Casini e Draghi, entra nel nostro campo e ci crea più di un problema, visto il no di Conte al premier». Passo indietro, ore 20, stanze del gruppo Pd al secondo piano della Camera: un dirigente solleva questo interrogativo che resta sospeso nell’aria. Nello studio della capogruppo Debora Serracchiani, sono riuniti Letta, il coordinatore della segreteria Marco Meloni, l’altra capogruppo Simona Malpezzi e pochi altri. Il nome di Casini ha grandi sponsor nel Pd, come Dario Franceschini, piace ai cattolici, ma non è il candidato del segretario. Un particolare non da poco. La sua elezione sarebbe la vittoria di Matteo Renzi e non di Letta. Che ad un certo punto esce dalla sala del gruppo e va a parlare con i suoi tre ministri, Lorenzo Guerini, Andrea Orlando e appunto Dario Franceschini.

L’aria è questa, turbata anche dalla piega che ha preso il rapporto con Giuseppe Conte, malgrado il leader Pd dica che «la conferma dell’alleanza con Iv e M5s è un fatto non banale e le polemiche sul campo largo sono fuori luogo».

“Ormai Conte è inaffidabile”
Il film della mattina è un altro. «Ormai Conte non è affidabile, gioca su due tavoli», lo bollano i parlamentari dem. La paura di restare intrappolati nelle spire del centrodestra è alta, l’asse tra Letta e Renzi prima di pranzo stoppa «l’operazione Casellati». O almeno così si spera. Tanto che si decide di opporre al centrodestra, in un’eventuale sfida in aula non eslcusa del tutto, i nomi di Andrea Riccardi o Paola Severino. Il rapporto di fiducia tra Letta e Conte si è incrinato. «Attento Giuseppe, così salta tutto, anche l’alleanza», gli dice Letta, furioso, quando viene a sapere ieri mattina che gli uomini dell’ex premier continuano a fare scouting tra i parlamentari grillini, sul nome della Casellati. Il segretario Pd va su tutte le furie: lancia un tweet bollando come «assurda» un’operazione sulla seconda carica dello Stato in combutta con le opposizioni. La minaccia rientra dopo l’assist di Renzi, che teme lo sfascio e il voto anticipato. Anche Conte si affretta a dire che «bisogna evitare prove muscolari». Ma per tutto il giorno la sola cosa che unisce Pd e 5stelle è il nome di Mattarella: i grillini lo reclamano per lo status quo, al presidente arrivano 125 voti, nel Pd alcuni sperano che sia Berlusconi a sdoganarlo.

I renziani: finita la pax interna
Le sentinelle di Letta gli segnalano nel pomeriggio che è in arrivo una proposta dal segretario della Lega: una rosa a sorpresa, con i nomi del costituzionalista Cassese, dell’ex presidente della Camera e del premier. Se così fosse, il nome che potrebbe tenere uniti i giallorossi e la maggioranza di governo sarebbe quello di Casini. La fronda interna dei renziani già esulta «perché con la manovra anti-Draghi di Franceschini la pax interna al Pd è già finita». 

(fonte: La Stampa)