Placì, una famiglia in prima linea

l padre vice allenatore di Casa Modena volley, il figlio nel battaglione San Marco. Questa è la storia della famiglia Placì, lo sport scolpito nel Dna, nel cuore ideali non comuni, quasi d'altri tempi, a dare un senso giorno dopo giorno all'esistenza.

MODENA. "Sempre in prima linea, nel volley e nella vita". Questa è la storia della famiglia Placì, lo sport scolpito nel Dna, nel cuore ideali non comuni, quasi d'altri tempi, a dare un senso giorno dopo giorno all'esistenza. Camillo e Luigi, padre e figlio, si sono riabbracciati in questi giorni al PalaPanini: il primo, professione allenatore, 54 anni, è a Modena da un paio di stagioni, dove è arrivato come vice di Silvano Prandi, Luigi, il figlio, ha ereditato da papà i geni pallavolistici, ma ad un certo punto ha fatto una scelta con cui ha cambiato in modo improvviso e definitivo la sua esistenza e che merita di essere raccontata.

«Sono cresciuto a "pane e pallavolo", giocavo schiacciatore nella squadra del mio paese, Specchia, in Puglia, in serie C, era la stagione 2001/2002, il mio idolo era Marco Bracci, un fenomeno per il modo in cui sapeva stare in campo, la mia squadra del cuore Modena, perché è sempre stata e sempre sarà la Juventus del volley. Nel 2002/2003, però, ho deciso di arruolarmi, un anno a Roma che mi ha cambiato e soprattutto ha cambiato tutta la mia vita, in cui ho capito quello che volevo fare realmente, così alla fine della VFA (Volontari Ferma Annuale) ho fatto la mia scelta di transitare in Marina come militare di carriera. E ne sono ancor oggi soddisfatto e felice».

Da quel giorno il promettente schiacciatore di Specchia ha iniziato ad inseguire sogni ed obiettivi fuori da una palestra, affascinato dall'idea di entrare a far parte dei reparti speciali, con obiettivi ben diversi da quelli del padre Camillo, sempre in giro per l'Italia alla caccia del traguardo di una vita sportiva, cioè uno scudetto. «Ricordo come fossi oggi il giorno in cui Luigi mi ha detto quello che intendeva fare - dice papà Camillo - mia moglie era a dir poco molto preoccupata, la sorella Roberta, 9 anni, troppo giovane per capire cosa volesse fare il fratello maggiore. Come ho reagito? Sono stato certamente orgoglioso di lui, ma al tempo stesso, come ogni padre, convivo ogni giorno con la costante preoccupazione per un figlio». Già, perchè il giovane Placì, fuciliere di marina, non ha certo scelto di starsene dietro ad una scrivania e a montagne di scartoffie, ma ha sposato la causa degli uomini del Battaglione San Marco, sempre in giro per il mondo, dove lo porta solo il desiderio di fare qualcosa per gli altri, cioè il cuore, e non certo uno stipendio molto inferiore a quanto pensa la gente. Come si vive una realtà del genere? Forse non come i Rambo di un film, ma da atleti veri, che si allenano duramente, forse anche più dei giocatori che papà Camillo torchia quotidianamente al PalaPanini. «Le nostre giornate? Passano tra footing, tanto, palestra, piscina e addestramento. Il motto che ci anima è "mantenere e migliorare", perché quando tagli un traguardo ce n'è subito un altro da raggiungere, nello sport come nella vita».

Lo vedi in palestra, al PalaPanini, in sala pesi, e potresti scambiarlo per un giovane di talento appena arrivato a Casa Modena. «Di sicuro se avesse continuato a giocare a pallavolo non sarebbe arrivato fino alla serie A - dice il padre Camillo - la scelta non comune che ha fatto mi riempie di orgoglio, anche se è difficile per me e per mia moglie Lina saperlo così lontano. Io porto sempre sulla giacca il distintivo del Battaglione San Marco, è un modo per sentirmi più vicino a lui». Quello che il giovane Luigi Placì non vuole e forse non può nemmeno raccontare è la vita che conduce realmente, lui ex schiacciatore affascinato da Marco Bracci, sottocapo di 3ª della Marina. «Posso solo dire che ho partecipato a missioni di pace all'estero, dove, perdonatemi, ma questo non è il caso di precisarlo». Afghanistan, Libano, aggiungiamo allora noi, mica posti da 15 giorni di vacanza in hotel a 5 stelle. Come viva il padre Camillo questa situazione, tra una partita e l'altra di Casa Modena, è facile intuirlo, cioè con il cuore in gola come un genitore qualsiasi. «Ogni volta che accendi la televisione e che senti che è successo qualcosa aspetti di sapere a chi è toccato, cerchi i nomi e vivi con l'ansia, ma la scelta di Luigi va rispettata perché gli ha cambiato la vita e l'ha cambiato come uomo. Vi racconto solo solo questo: il primo minuto di raccoglimento che abbiamo osservato a Modena è stato per 4 ragazzi caduti in Afghanistan, era il periodo dei Mondiali, vi lascio immaginare come mi sentivo». E allora i pochi giorni trascorsi insieme diventano qualcosa di indelebile. «Sono felice di essere qui a Modena - dice Luigi - la città è bella, la gente accogliente, anche se io rimango uno del Sud, un pugliese di Specchia. L'ultima volta che avevo visto mio padre era stato a Torino in occasione della prima fase dei Mondiali. Ci si incontra due o tre volte all'anno, dove lui è, io vado: sono stato a Trento e Cuneo, ma Modena è speciale. Il prossimo anno in Bulgaria? Per noi andare all'estero non è così semplice».

Come dire a papà Camillo "Va bene la nazionale di Kaziyski e Nikolov, ma rimanere in Italia, magari in gialloblù non sarebbe poi una brutta idea. «Non dipende da me - sottolinea coach Camillo - se la società vorrà farmi una proposta a fine stagione io ne sarò felice. Ho lavorato sette anni con Prandi, lo reputo un grande, ma sono felice che sia Bagnoli che Stoytchev mi abbiano chiesto di rimanere con loro». Questioni di volley e contratti, lontane da quello che è il senso dell'incontro tra un padre e un figlio che domani se ne andrà ancora una volta a lavorare per l'Italia in giro per il mondo. «Quando lo rivedrò? Non so, spero presto. Una cosa però la so per certo anche se lui non lo dice: Luigi e i suoi colleghi seguono Modena su RaiSport Sat in ogni parte del mondo e quando le nostre partite vengono trasmesse sul satellite sento che lui è con me». E la storia continua: il giovane Placì è già in partenza, destinazione top secret, ma fino a quando? «Il nostro impiego attivo è ipotizzabile fino ai 40 anni, poi la carriera prosegue con altri compiti nella Marina: è questa la mia vita».