Don Panini condannato a 20 anni

L'omicidio volontario dell'amico non fu premeditato, ma il sacerdote non era infermo di mente

VIGNOLA. Venti anni di carcere per don Giorgio Panini. Questa la sentenza emessa dal giudice Domenico Truppa dopo 4 ore di camera di consiglio. Accolta quindi solo in parte la richiesta della Procura, che aveva chiesto la condanna all'ergastolo per una premeditazione che ad avviso del giudice non c'è stata. Al tempo stesso non è stata riconosciuta l'infermità di mente, come voleva la difesa. Difesa che ora ricorrerà in appello. Esclusa la premeditazione, il giudice ha considerato le aggravanti equivalenti alle attenuanti e ha ritenuto in sostanza che sia stato un delitto d'impeto. La conseguente punibilità a trent'anni è stata ridotta a venti per gli sconti di pena (un terzo) del rito abbreviato.

Non sapeva quello che stava facendo, perchè in quella famiglia viveva da anni, d'amore e d'accordo. Quindi nessuna premeditazione, e nessuna consapevolezza. Su questi presupposti che si era incentrata  l'arringa conclusiva del secondo avvocato di don Giorgio Panini, il parroco imputato davanti al gup Truppa dell'omicidio dell'amico Sergio Manfredini, e del tentato omicidio della moglie.

Giovanardì ha ricostruito passo dopo passo la vita di don Panini con la famiglia Manfredini.Un intervento appassionato, che si è concluso con la richiesta di assoluzione per vizio mentale dopo 4 ore.

Nello specifico, l'avvocato Giovanardi ha chiesto anzitutto il riconoscimento del vizio totale di mente per don Panini, al momento dell'omicidio. In subordine, il legale ha chiesto il riconoscimento del vizio parziale di mente, uno status che avrebbe confuso il sacerdote in quella notte maledetta prima di Natale. La difesa ha insistito poi per l'assenza totale di premeditazione del delitto, motivando questa posizione con due elementi fattuali: la lama da 8 centimetri impugnata dall'assassino non era certo segnale di volontà omicida. Non solo: la famosa sveglia del parroco puntata alle tre di notte, che per gli inquirenti era la prova di voler cogliere le vittime nel sonno, in realtà era guasta, non funzionava. Elementi questi che hanno evidentemente influito sulla sentenza, la cui motivazione è attesa nelle prossime settimane.

Giovanardi aveva chiesto ancora di derubricare da tentato omicidio a lesioni volontarie i colpi inferti alla signora Paola, moglie del Manfredini. Facendo notare che il danno è stato totalmente risarcito prima del processo, Giovanardi, in estrema soluzione, ha chiesto che in caso di condanna Don Panini possa scontare la pena agli arresti domiciliari

Il pm Maria Angela Sighicelli per don Giorgio Panini aveva invece chiesto l'ergastolo, al termine di più di tre ore di requisitoria. La Procura ha spiegato senza mezze misure di ritenere, primo, che il sacerdote era perfettamente in grado di intendere e di volere al momento del crimine: l’omicidio dell’amico Sergio Manfredini e il tentato omicidio della moglie Paola Mantovani; e, secondo, che i reati contestati sono omicidio volontario, tentato omicidio volontario e lesioni personali aggravate dal vincolo della continuità.

Con le fasi finali del processo  è stato ripercorso un caso che dalla notte tra il 23 e il 24 dicembre 2009 ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica per i risvolti non solo gravissimi - i retroscena finanziari con accuse di frodi allo stato e alla curia - ma anche scandalosi per la natura stessa del suo artefice: uno stimato prete nel quale tutti i parrocchiani di Brodano e altre quattro chiese avevano riposto fiducia e sul quale, dopo l’omicidio, ogni giorno emergevano nuovi risvolti inquietanti.

Nella sua requisitoria il pm Sighicelli ha sottolineato che fin dal 29 dicembre, appena ripresosi al Policlinico nel braccio carcerario (era stato tramortito dal figlio della vittima) don Giorgio aveva chiesto al fratello Giuliano di non voler andare in carcere ma in un centro di cura mentale. Un chiaro segno che da quel momento sarebbe stata impostata una linea difensiva sulla sua amnesia e su altri disturbi che però, è stato detto, non sono riscontrabili dalle relazioni dei periti della Procura. Una simulazione di disturbi mentali, insomma, che per la Procura serve solo da copertura per un movente non evidente. L’accusa ha elencato minuziosamente l’erodersi della fiducia tra i Manfredini e il sacerdote. Una rapporto iniziato coi migliori auspici intorno al 1988, quando la coppia invitava il giovane parroco a fermarsi da loro alla villa di Brodano. Un invito esteso a soggiorni sempre più frequenti e infine al domicilio. Ma negli ultimi anni Paola si lamentava sempre più spesso di essersi ridotta a fare la donna delle pulizie di un sacerdote che non contribuiva in nulla. Avrebbe addirittura invitato don Giorgio a fare le valigie. Sergio, poi, era avvilito dalle “brutte cose” che sapeva di lui. Lo rimproverava spesso e don Giorgio mal sopportava il ripetersi di queste accuse. Nei mesi precedenti al delitto i rapporti di convivenza erano così tesi che il parroco continuava a vivere - servito e riverito, come ha detto Paola - ma senza neppure scambiare più una parola coi suoi anfitrioni. Gente che gli aveva dato tutto per quasi 12 anni. Persino un appartamento in uso a don Giorgio anziché alla anziana madre di Sergio e che il sacerdote avrebbe dovuto lasciare, tramite testamento, al figlio dei Manfredini, Davide. In questo ambiente di convivenza senza più fiducia e rispetto reciproci, nella vita di don Giorgio - secondo l’accusa - ha fato irruzione la misteriosa amante. Una donna arrivata da poco a Vignola che per amore di quel prete avrebbe ceduto a una relazione sessuale diventata presto sentimentale. Insomma, lo scandaloso romanzo rosa già rievocato per mesi e mesi intorno alla misteriosa “donna del prete” che lo voleva spingere ad abbandonare la tonaca per una convivenza. Una casa era stata individuata a Guiglia, ma poi era stata accantonata per timore che con l’arrivo di un nuovo vescovo don Giorgio fosse trasferito altrove.