«Enrico è morto. Ma nessuno ha pagato»

La famiglia Rumolo da un anno e mezzo attende giustizia. «Spacciatori scarcerati quasi subito. Il locale chiuso pochi giorni»

di Rino Filippin

«Venga, le mostro la cameretta di Enrico. Vede? È tutto a posto, come se dovesse rientrare a casa da un momento all’altro. Invece non lo vedremo mai più».

Rita Di Dato, madre del 19enne che nell’ottobre 2010 perse il figlio stroncato da un mix di droghe comprate nei pressi di una discoteca bolognese, ha gli occhi cerchiati di rosso. Con lei c’è suo marito, Ciro Rumolo, il volto segnato da una tristezza infinita. La loro era una famiglia serena, poi quella maledetta notte ha cambiato tutto.

«Siamo qui - dicono i genitori - a piangere nostro figlio senza sapere chi, direttamente o indirettamente, ha causato la sua morte. Gli spacciatori che vendevano “a menù” le loro droghe, per quello che ne sappiamo, sono usciti di galera poco dopo il fatto. I responsabili del locale, poi, se la sono cavata con qualche giorno di chiusura. Nostro figlio non era un drogato, intossicato e con il fisico compromesso. Insomma non era affatto a rischio. Come ci hanno detto gli stessi medici il suo fegato era pulito».

I genitori di Enrico sono operai. Trascinano la loro esistenza tra il lavoro in fabbrica e il cimitero: «Almeno due volte la settimana andiamo a sistemare la tomba. Da un anno e mezzo aspettiamo di sapere l’esito delle indagini. Noi di ipotesi ne abbiamo tante, ma rispettiamo il lavoro di chi sta indagando e che, siamo sicuri, prima o poi ci dirà chi quella notte ha sbagliato causando la morte del nostro Enrico».

Una tra le cose che ossessionano i genitori del ragazzo scomparso è il pensiero che Enrico potesse essere salvato se nel locale i gestori avessero chiamato l’ambulanza non appena il giovane ha dato segni di grave malessere.

Madre e padre di Enrico hanno ancora negli occhi l’immagine del figlio sul letto d’ospedale: «Sudava e contorceva le gambe. Ci chiedeva: “cosa mi sta succedendo?”. E poche ore dopo è morto».

La famiglia ha avuto tanto affetto dagli amici di Enrico. «Ci sono stati davvero vicini e ci hanno detto che pure loro, quella sera, avevano ingoiato quelle maledette pasticche. Ma su nessuno hanno avuto effetti micidiali». Ciro Rumolo, che in fabbrica fa i turni, ricorda che «Enrico andava a letto presto la sera», e che, poche settimane prima di morire, «aveva trascorso le vacanze con la famiglia».

«Il nostro grande dolore - continuano - è, se possibile, aumentato dal fatto che per tanti cittadini Enrico è morto perché era un drogato. Questo non è vero. Gli esami del sangue fatti due mesi prima sono lì a dimostrare il contrario. Enrico è morto perché è stato “sfortunato”. I genitori ricordino che episodi simili possono capitare a tutti, anche ai giovani per bene che una sera vengono indotti a sbagliare. Per questo pensiamo che sarebbe davvero utile accertare una volta per tutte cosa è accaduto e condannare i colpevoli».

«Anche noi - continuano Rita e Ciro Rumolo - prima della morte di Enrico, ascoltando certe brutte notizie, eravamo sicuri che a nostro figlio non sarebbe mai accaduto. Quella notte ci siamo sentiti con lui telefonicamente alle 2. Mi disse: “Tutto ok mamma, siamo in discoteca a ballare. Stai tranquilla, ci vediamo a casa”. Poi, due ore dopo, eravamo al Sant’Orsola accanto al suo letto di morte».

Intanto il legale della famiglia, l’avvocato Cosimo Zaccaria, sul caso fa sapere: «Abbiamo recentemente depositato un atto propulsivo per la fissazione dell’udienza. Il fatto è gravissimo perché è andato a toccare una famiglia per bene e ha determinato la morte di un bravo ragazzo».