I fratelli Gilioli: l’utopia libertaria

La storia della famiglia di Rovereto che si consacrò al movimento anarchico. Rivoluzio morì in Spagna

Una famiglia unica nel suo genere, quella che a Rovereto, nei primi anni del Novecento, consacra tutta se stessa alla causa libertaria. È della famiglia Gilioli che la Gazzetta oggi racconta la storia, partendo proprio dalla scheda biografica contenuta nel Dizionario Storico dell’Antifascismo Modenese che ci ha regalato finora innumerevoli spunti. Nei primi anni del Novecento Rovereto sul Secchia era una enclave libertaria. L'anarchico Onofrio Gilioli chiamò i suoi nove figli Rivoluzio, Libero, Siberia, Equo, Protesta, Sovverte, Scintilla, Ribelle e Feconda Vendetta. Fu Rivoluzio a impegnarsi fin da ragazzino nel movimento libertario. Nel 1919, a soli 16 anni, diventò segretario dei Gruppi giovanili comunisti anarchici e fu assunto come contabile dalla Camera del lavoro. Partecipò anche al congresso costitutivo dell'Unione giovanile rivoluzionaria italiana e fu tra gli organizzatori del furto di mitragliatrici compiuto ai danni di una caserma di Modena, deciso dagli anarchici in risposta all'eccidio compiuto in piazza Grande da carabinieri e guardia regia il 7 aprile 1920. Quando iniziarono gli arresti riuscì a sfuggire alla cattura e passò clandestinamente la frontiera per espatriare in Francia. Raggiunto dalla famiglia nel 1922, si stabilì a Parigi. La casa dei Gilioli a Fontenay-sous-Bois diventò sicuro punto di riferimento per numerosi esponenti dell'antifascismo italiano e europeo, che vi trovarono ospitalità. Le prime notizie di un suo impegno politico in terra di Francia sono del 1924. In particolare fu attivo nelle agitazioni promosse in Francia contro la condanna a morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Il suo lavoro di impresario edile lo portò a lavorare al confine con la Spagna e iniziò a occuparsi dei problemi sociali della penisola iberica. Nel 1932 promosse con Camillo Berneri la pubblicazione del quindicinale anarchico “Umanità nova”. Il 12 febbraio 1934 partecipò allo sciopero generale antifascista, ma l'anno dopo venne espulso dalla Francia, condanna poi sospesa. Nel biennio 1935-36 partecipò alle manifestazioni per il diritto d'asilo, prendendo parte anche alla Conferenza internazionale per il diritto di asilo tenuta a Parigi il 20-21 giugno 1936. Nello stesso periodo si impegnò attivamente nel movimento anarchico e fu tra gli organizzatori del Convegno d'intesa degli anarchici emigrati in Europa, che si svolse a Sartrouville in novembre, presentando una relazione che provocò qualche polemica da parte degli anarchici individualisti per i giudizi estremamente severi sullo stato del movimento anarchico italiano fuoriuscito e sulle effettive possibilità di riuscita di un movimento insurrezionale in Italia. Il 5 dicembre 1936 raggiunse Barcellona, dove già combattevano il fratello Equo, il padre Onofrio e la sorella Siberia. Da Barcellona si mosse poi verso la Colonna italiana ad Almudevar ma dopo pochi giorni il comando della divisione Ascaso per le sue competenze tecniche lo destinò al comando di una Compagnia del genio. Ferito gravemente da una pallottola nemica in Aragona, morì il 21 giugno 1937 nell'ospedale di Barcellona. La notizia della morte venne data dai giornali anarchici e da “Giustizia e Libertà”. Fu uno dei pochi combattenti di Spagna a essere ricordato pubblicamente: il suo nome è presente nel monumento ai caduti eretto in piazza Leonardo da Vinci a Novi.

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