Giò Barbieri, il modenese re dei viaggi sulla Via della Seta - FOTO

Con l’amico Mazzacani senza sosta per le strade che arrivano sul tetto del mondo Cinque Paesi che vivono tra tradizioni etiche, retaggi medievali e un futuro global

Non puoi chiedere a Giò Barbieri - uno dei più grandi viaggiatori del mondo, uomo sul Guinness dei Primati - se percorrere la Via della Seta era un suo sogno. Ti risponderà che a pezzi l’aveva già fatta, ovviamente. Ma questa volta l’ha fatta quasi tutta con un finale imprevisto rispetto ai piani. Anziché prendere la Karakorum Highway in Pakistan, la strada sul “Tetto del mondo”, si è dovuto accontentare di prendere un treno che ha attraversato tutta la Cina, per cinque giorni, e da Shangai arrivare a Hong Kong e quindi a Macao. E quanto è cambiata Macao, ti racconta. Ma non è l’argomento di questo grande narratore modenese figlio dell’ “epoca beat” (ma è tutto tranne che un nostalgico, lui che l’ha vissuta fino in fondo). Quello che gli preme è spiegare il senso di una strada che da millenni, almeno dai tempi di Alessandro Magno, è la via per eccellenza che unisce Europa e Asia. «Alcuni pezzi - confessa a un certo momento - sono rimasti come ai tempi di Marco Polo. Giri per la città cinese di Kashgar, stretta tra il famigerato deserto del Taklamakan e le alture kirghize, e te ne rendiconto: tra la magnificenza dei mercati di questo snodo commerciale unico al mondo vedi pezzi del nostro passato remoto mescolati a effetti di grandissima modernità. Una regione della Cina periferica, sempre turbolenta, musulmana e diversa, ma anche modernissima nel suo vivere in un passato remoto». Con lui un vecchio amico di viaggi, il modenese Marcello Mazzacani, 65 anni, commerciante. Il viaggio è durato 37 giorni, da metà giugno ai primi di agosto. Partenza da Asgabat, sconosciuta capitale del Turkmenistan, uno dei Paesi più chiusi del mondo, dove il turista non è di casa pur venendo trattato con rispetto, fino a Kasghan. Da lì doveva prendere la Pamir Highway verso il Pakistan, ma l’assassinio di nove turisti lo ha portato a miti consigli dopo le insistenze delle guide. Alla fine, dei 3.500 km della Silk Road (la Via della seta) ne hanno fatti quasi 10mila per via di questa deviazione in Cina. L’intero viaggio è stato compiuto solo con mezzi locali, soprattutto taxi collettivi: «Un mezzo straordinario per conoscere la gente del posto - spiega - ma ogni volta devi contrattare con l’autista per stare davanti con lui e scattare le foto». In mezzo una striscia infinita che percorre le regioni dell’Asia Centrale, tutte visitate: Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, un pezzetto dell’Afghanistan del nord («Gente tranquilla - rassicura - sono di fede ismaelita, una terra senza talebani»), e la Cina più estrema. Giorni lungo le strade polverose o asfaltate che arrivano a 4.500 metri di altitudine, con un’aria rarefatta che può anche ammazzarti improvvisamente e grandi spazi, gente accogliente. «Dicevano che era un posto pericoloso - spiega Giò - ma in realtà non abbiamo visto delinquenza. Anzi, tanta accoglienza, gente aperta verso viandanti e turisti, che ti invita ai matrimoni, alle feste e ai funerali. Ci offrivano un pasto e un letto ovunque. E se dovevamo andare al ristorante spendevamo pochissimo. Un pasto a 0,30 euro...». È impossibile riassumere il fiume di racconti di Giò ma si può leggere in quattro puntate su “Caravan camper”; la prima, sul Turkmenistan, è già in edicola.