Il caso pedofili della Bassa? «Errore dei servizi sociali»

Finale. Le motivazioni della sentenza che smonta di nuovo le accuse ai genitori «Psicologhe inesperte, totale mancanza di riscontri e generiche prove mediche»

FINALE. «Tutti minorenni, presi in carico dai servizi sociali, vennero seguiti dalle medesime due psicologhe le quali, dati per certi la buona fede e l’impegno, erano oggettivamente inesperte, mai avendo in precedenza trattato casi di abuso sessuale in danno di minori. Incredibilmente, pur a fronte di un numero sempre maggiore di minori indicati come abusati, o presunti tali, la direzione dei servizi, per quanto consta a questa Corte, non ritenne di affiancare alle due psicologhe personale dotato di maggiore esperienza».

Sono alcuni dei passaggi della sentenza che la Corte di Appello di Bologna ha depositato il 23 ottobre, motivando in modo analitico (parliamo di oltre 160 pagine) l’assoluzione di Delfino Covezzi e Lorena Morselli, i coniugi di Massa trascinati per 15 anni nell’incubo della vicenda pedofili.

Marito e moglie non potranno neppure godere di questa nuova assoluzione (la prima assoluzione della Corte di Appello era stata annullata dalla Corte di Cassazione).

Delfino, si ricorderà, è deceduto in estate: il cuore non ha retto a tanti anni di sofferenze. Era in Francia, dove abitano la moglie Lorena e il quinto figlio, Stefano, l’unico che i coniugi hanno potuto trattenere, proprio per la fuga in Francia di Lorena. A sua volta, Lorena, con un figlio ormai adolescente, non tornerà in Italia, dicendosi pronta a sacrificarsi per lui. Eppoi, dovrà soffrire il nuovo ricorso alla Corte di Cassazione della Procura Generale.

Anche se questa nuova sentenza risponde alle critiche della Cassazione alla prima assoluzione, è evidente che le conseguenze di quanto deciso dai giudici bolognesi sarebbero devastanti per un sistema di istituzioni modenesi, con vite devastate (e molti degli indagati sono pure tragicamente morti, si pensi a Don Giorgio...). Insomma, questa storia giudiziaria non finisce.

Fosse per i giudici della Corte di Appello, invece, è ormai tutto chiaro: nel credere che i bambini interrogati dai servizi sociali facessero racconti simili e quindi verosimili, «non si è tenuto conto delle possibili contaminazioni per così dire ambientali che questo singolarissimo fiorire di vicende, tutte coinvolgenti minori di una ristrettissima area geografica, può avere avuto sui racconti dei minori medesimi».

Come dire: è evidente che a Massa si parlava di quelle cose, anche perché avevano inizialmente coinvolto i cugini dei figli di Lorena e Delfino. I giudici parlano poi di assistenti sociali giovani e inesperte e della clamorosa assenza di registrazione dei colloqui “rivelatori”.

Ma la sentenza è anche molto altro: i giudici analizzano tutti i casi di presunti contatti tra i genitori e i bimbi portati via, che l’accusa inquadrava ora come minacce, ora come inverosimili episodi di ulteriore abuso. E la conclusione è essersi trattato in molti casi di “frutto della fantasia dei bambini”, invenzioni. Emergono anzi alcuni particolari inquietanti, in senso inverso.

Addirittura, sarebbero state fatte passare per volontà dei bambini (non volere più i regali della madre) «decisioni di psicologhe e assistenti sociali».

Si parla anche di «approccio assolutamente censurabile, nei confronti dei bambini, perché del tutto impropriamente veicola nella loro mente dati e informazioni che ne possono contaminare ogni successivo racconto”.

La sentenza poi «evidenzia una totale mancanza di riscontri», smontando come forzature del sistema quelli che - già apparsi deboli a tutti, per la verità - erano stati confezionati a Modena. Restano solo i riscontri medici sui presunti “segni di abuso”. Ma anche qui fioccano le critiche: i giudici definiscono “irragionevole” l’aver rinunciato a usuali analisi di validazione dei racconti dei bambini, E soprattutto, citando le perizie mediche successive e la famosa associazione Cismai, censurano i metodi e le convinzioni dei primi due consulenti del pm che avevano parlato di gravi abusi all’esito di una visita medica, definendole comunque “prove generiche” e non specifiche sulla responsabilità di Delfino e Lorena. (ase)