«Non ce ne andremo mai, ma il brutto deve arrivare»

Bomporto. Alle “Case Sparse” si guarda con preoccupazione agli alberi da frutto «Molti sono morti, almeno abbiamo aceto e salami». Intanto si prepara la pcaria

BOMPORTO. Matteo affonda il coltello nel cubetto di ciccioli appena fatti. È la prima produzione dopo l’alluvione che ha devastato l’azienda agricola “Case Sparse”. Lì, a ridosso della Panaria Bassa, l’acqua è arrivata il lunedì mattina. La famiglia Fregni è fuggita in extremis, abbandonando nella casa colonica le centinaia di prodotti della terra e portando con sé soltanto i dubbi su quello che avrebbero trovato qualche giorno dopo. E mentre Matteo taglia i ciccioli, nella sala accanto stanno pranzando alcuni amici. Il vociare prende il posto del timore di trovarsi presto di fronte ad un nuovo nemico: la terra.

«Abbiamo iniziato a fare i conti - spiega Matteo - Ci saranno almeno 50mila euro di danni, ma serviranno alcuni mesi per capire bene. Ora possiamo soltanto conteggiare quello che abbiamo dovuto buttare: carne, arnesi, attrezzi, bottiglie. Ma chissà cosa ci riserverà la primavera? Solo allora avremo una risposta sullo stato di salute delle vigne e degli alberi da frutto. Sono rimasti a mollo troppo tempo, asfissiati dalla forza del fango e dell’acqua. Gli alberi più giovani non si sono salvati, ne sono quasi certo».

Eppure nessuno pensa di alzare bandiera bianca. I salami si sono salvati, insieme a cotechini, insaccati, lardo di colonnata e aceto. Li avevano riposti al secondo piano, lassù l’acqua non poteva arrivare. «Le celle frigorifere sono da gettare, ma il nostro “tesoro” è salvo - continua Matteo - In questa azienda abbiamo messo cuore, sudore e soldi».

Ecco, appunto i soldi. Arriveranno mai? «Me lo auguro perché non li abbiamo spesi per i nostri sfizi, ma ce li ha portati via un’alluvione. Sto compilando la scheda di rilevamento, c’è tempo per consegnarla, voglio fare tutte le verifiche del caso per non lasciare indietro niente».

E così le giornate corrono via veloci, tra le marmellate e le salse da vendere (anche su internet) e l’ambizione di rimettersi a correre in fretta, ma con un pensiero che ritorna fisso. «È impossibile scordare la forza con cui l’acqua avanzava», chiosa il giovane imprenditore. Intanto ci si rincuora pensando alla grande solidarietà dimostrata da tanti amici. «Sono venuti in quindi per aiutarci - ricorda Matteo - Pensa che ho trovato al bar due persone che non conoscevo, ci siamo messi a chiacchierare e ascoltando quanto ci era accaduto hanno subito deciso: sono stati i primi a venirci in soccorso».

La dignità da queste parti non l’hanno mai persa. Sabato 15 marzo, all’ora di pranzo, l’aia tornerà ad animarsi con la dimostrazione di pcaria. Il volantino è già pronto e sullo sfondo si nota la grande casa sommersa dall’acqua. La mamma di Matteo vorrebbe cambiare foto. «Mi sembra di voler impietosire qualcuno», dice. Ecco, da qui si capisce di che pasta è fatta questa gente: soffrono, lottano, ma non demordono. Mai.