«Bper entro 18 mesi deve diventare spa»

La riforma di Renzi coinvolge le 10 maggiori banche popolari italiane. Vandelli: «Fondi privati potranno prenderci di mira»

Il consiglio dei ministri ha approvato ieri un decreto legge che intende riformare le banche. Al centro dell’attenzione soprattutto le banche popolari con l’inevitabile coinvolgimento della modenese Banca Popolare dell’Emilia Romagna.

Con la distinzione in due fasce il premier Matteo Renzi sostiene di avere voluto preservare il ruolo delle banche con vocazione territoriale e al tempo stesso di avere adeguato alle prassi ordinarie la governance degli istituti di credito popolari di maggiori dimensioni, in prevalenza società quotate a Piazza Affari.

«Interveniamo sulle banche popolari -ha detto Renzi - non su tutte ma sulle banche popolari con un patrimonio superiore agli 8 miliardi, sono dieci in Italia e in 18 mesi dovranno superare il voto capitario e diventare spa. È un momento storico. Non c’è un intervento sulle banche di credito cooperativo, non si tratta di danneggiare la storia dei piccoli istituti, ma di fare in modo che le banche italiane siano all'altezza delle sfide. Abbiamo troppi banchieri e facciamo troppo poco credito».

Il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan ha poi aggiunto: «Andranno valutati in futuro altri suggerimenti di modifica della governance. Come sempre, quando il ministero si occupa di questioni bancarie ascolta i consigli di Banca d'Italia. Anche questa volta c'è stata condivisione dei temi. Le decisioni politiche sono responsabilità del governo».

Va premesso che qualsiasi valutazione a caldo sul decreto può essere smentita dalla effettiva attuazione pratica del decreto stesso, perché ormai si sta facendo l’abitudine sia ad annunci che poi non hanno seguito reale sia all’approvazione di norme destinate a restare lettera morta se prive dei successivi provvedimenti attuativi. Questo lo sanno bene anche il presidente Caselli e l’Ad Vandelli di Bper, così come tutti i responsabili delle Popolari italiane, pronti a battersi per salvaguardare i legami con il territorio delle loro banche e per evitare i rischi di aggregazioni forzate o di assalti da parte di fondi privati. I punti fondamentali della riforma riguardano l’abolizione del voto capitario in assemblea, ora sostanzialmente indipendente dal numero di azioni controllate dal socio, e l’obbligo di trasformazione, entro un anno e mezzo, da cooperative in società per azioni.

L’altro ieri era intervenuto Ettore Caselli, presidente Bper, che in qualità di rappresentante di Assopopolari aveva esternato le proprie perplessità e l’esigenza di coinvolgere le banche popolari nella gestazione della riforma. Poco prima dell’annuncio del premier Renzi, ieri ha invece parlato Alessandro Vandelli, amministratore delegato di Bper: «Con una riforma delle banche popolari senza transizioni - ha detto Vandelli - fondi di private equity esteri potrebbero approfittarne e prendere di mira due o tre delle banche soggette a questi cambiamenti». Vandelli ha poi spiegato che l'abolizione del voto capitario per le banche popolari porrebbe un problema «a ridosso delle imminenti assemblee degli azionisti». Vandelli ha ricordato come Banca Popolare dell’Emilia Romagna abbia 90mila soci ma con un capitale molto polverizzato: «Le assemblee - ha detto - si dovranno svolgere a breve. Come verranno tenute? Con il voto capitario? Occorrerebbe riscrivere tutti gli statuti». Per l'Ad le Popolari hanno nel capitale di solito un 30-50% del capitale in mano a fondi e soggetti istituzionali che finora «non si sono occupati granché della governance ma ora lo scenario potrebbe cambiare - ha detto - Le Popolari, anche per il loro ruolo di finanziamento all'economia, vanno maneggiate con cura».

Stefano Turcato