Le risate della cosca dopo il terremoto

Intercettati due affiliati: «Andiamo là a lavorare». Il ruolo di Bolognino nella scelta degli operai

Risate sul terremoto in Emilia, come già avvenne all’Aquila. In Abruzzo furono intercettato due imprenditori, Pier Francesco Gagliardi e suo cognato Francesco Piscicelli, che la notte del sisma ridevano al telefono pensando ai profitti della riscostruzione. Nell’indagine “Aemilia”, invece, sono Gaetano Blasco e Antonio Valerio a pensare ai soldi da fare con la ricostruzione, suscitando la reazione indignata dei sindaci della Bassa.

«È caduto un capannone a Mirandola», dice il primo.

Valerio ridendo risponde: «Eh, allora lavoriamo là».

E Blasco risponde: «Ah sì, cominciamo facciamo il giro».

Blasco e Valerio sono due tra gli organizzatori per il raccordo operativo tra i capi della locale e i sottoposti. Insieme a loro operano Giuseppe Giglio, Salvatore Cappa e Antonio Silipo. I sei capi promotori che si spartiscono le zone di competenze sono invece Nicolino Sarcone, Alfonso Diletto, Francesco Lamanna, Antonio Gualtieri, Romo Villirillo e Michele Bolognino. Quest’ultimo è colui che cura le operazioni nella Bassa post-sisma per “mantenere rapporti con imprenditori e professionisti avvicinatisi alla cosca e coordinando le operazioni compiute insieme a costoro”. Bolognino di fatto gestisce soprattutto le assunzioni all’interno della Bianchini con gli imprenditori che lo lasciano operare indisturbato, anzi i carabinieri di Finale lo trovarono addirittura in cantiere. Il suo è un ruolo di primissimo piano: spetta a lui mantenere i rapporti con la casa madre di Cutro e con Nicolino Grande Aracri, aggiornandolo sulle attività in corso e di messa a disposizione di denaro, anche della stessa cosca reinvestita in Emilia. Ma il ruolo di Bolognino diventa determinante nell’attività della Bianchini. Bolognino, infatti, insieme ai suoi sottoposti indica almeno venti persone a Bianchini. E mentre le fa lavorare, di fatto le ricatta imponendo stipendio inferiore alla media, per poter incassare un “premio” per la cosca. Li obbliga, in sostanza, ad impegnarsi nei cantieri del terremoto a mille euro, dei quali trattiene anche una parte per sé e l’associazione. Un’estorsione in piena regola alla quale si aggiunge anche lo sfruttamento del lavoro dal momento che, si legge nell’inchiesta, gli operai venivano costretti a firmare un foglio anticipato di dimissioni al fine di ricattarli e averli in pugno. (fd)