Un sarcofago per coprire la montagna di amianto

Oggi resta il nodo della massa di inerti contaminati da bonificare nella ditta Ma quando andava bene, il clan voleva incassare mille euro al mese per operaio

SAN FELICE. Augusto Bianchini quelli del clan lo consideravano “un appoggio”, uno che ha molte cose che potrebbero “fare comodo”. Intercettato, Giuseppe Giglio pensa ad esempio di usare Bianchini per vincere una gara di appalto della costruzione di una tenenza dei carabinieri: «Gliela facciamo fare a Bianchini...», dice tra l’altro Giglio, lasciando intendere un rapporto che va al di là delle vicende legate agli appalti nella Bassa terremotata.

Un rapporto che si traduce comunque - dopo il sisma - nelle assunzioni di operai che però vengono pagati al minimo, con un giro supplementare di soldi occultati. Soldi che servono per lo più a pagare il “caporale” che il clan aveva messo a coordinare quegli operai nella ditta Bianchini. In relazione a queste situazioni, la magistratura contesta l’assunzione con sfruttamento dei lavoratori: niente buoni pasto (chi li usava veniva poi minacciato), niente versamenti alla Cassa Edili... Producendo mille gli euro in nero per ogni operaio che il “caporale” poteva intascare, secondo i calcoli degli stessi investigatori.

Tutti aspetti oscuri e difficili dell’inchiesta, compresi quelle di connesse fatturazioni false. Ma l’aspetto che più ha tenuto alla ribalta la famiglia Bianchini - assieme al fronte finalese (Gerrini e appalti) - è sicuramente quello di un materiale cancerogeno quale è l’amianto. L’inchiesta per la verità considera su questo fronte una responsabilità diretta di Bianchini - che avrebbe anche tentato di depistare le colpe su altre ditte “amiche” - ma non il coinvolgimento massiccio o diretto della ’Ndrangheta (fatta esclusione degli operai che lo avevano aiutato). Comunque un fronte - quello dell’amianto - che comporta illeciti contravvenzionali, per i quali non si potevano chiedere misure cautelari. E tuttavia l’indagine ricostruisce e ripassa tutti i siti dove questo materiale, triturato e mescolato ad altri inerti, viene distribuito: al campo di accoglienza nel campo sportivo di San Biagio, dove ancora giaccono centinaia di sacchi della bonifica, in attesa di una destinazione. Poi nell’urbanizzazione di Piazza Italia (dove oggi si trova il centro Ricommerciamo, accanto a chiesa e municipio nuovi), dove sono state eseguite bonifiche e dove le intercettazioni evidenziano rapporti intensi - ma nessuna conversazione illecita – con il Comune di San Felice. O nella costruzione della ditta biomedicale in via Lavacchi. A Finale vengono citati negli atti le nuove scuole, la ditta Unifer, e via discorrendo nei cantieri scolastici della ricostruzione: Concordia, Reggiolo, persino la nuova tangenziale di Sermide... Dai documenti dell’inchiesta emerge che amianto è finito anche sotto le scuole di Mirandola.

Il nodo più grosso, ad oggi, resta però la bonifica della montagna di inerti contaminati di amianto presso la sede stessa della ditta Bianchini, a San Felice. Come noto, per uscire da una situazione inestricabile, invece di conferire questa enorme montagna in un centro specializzato (come quello delle Alpi Apuane), si sta pensando di “tombare” la montagna. A chiedere di tombare l’amianto lì dov’è oggi, o in un terreno accanto previa costruzione di un basamento in cemento, era stata agli inizi la stessa ditta di Augusto Bianchini. Poi in corsa è stata attivata la ditta “Dueenne” della moglie Bruna, mentre - è noto - le attività edilizie della famiglia (con alcuni mezzi e uomini della ditta del padre) oggi sono condotte dal figlio Alessandro (ditta Ios), anche lui però colpito ieri dal sequestro dei beni. Sul “sacofago” tuttavia non tutti sono d’accordo, anzi. Tanto che la questione, avviata alla conferenza di servizi e alla valutazione di impatto ambientale della Provincia, è ancora in attesa di una decisione. Sempre più delicata. (ase)