Nelle terre confiscate la rabbia diventa speranza

L’esperienza di una volontaria di Libera nei campi di lavoro che appartenevano alla mafia: «La condivisione con altri giovani ti spinge ad avere coraggio»

Diario dai Campi - E' notte, e mentre un violento temporale batte e allaga i campi circostanti, noi volontari di Libera dormiamo nella villa confiscata al tesoriere della Sacra Corona Unita. Era stato un lussuoso fortino, perso nelle campagne di Torchiarolo (Br) e rimasto per anni fuori da qualunque mappa catastale. Dalla finestra del garage, trasformato nella camera delle ragazze, si scorgono le fronde degli alberi del giardino e il cielo cupo. D'un tratto la finestra si illumina a giorno. Divampa un incendio. Silvia grida e in qualche secondo ci troviamo tutti riuniti sotto il grande porticato. Tensione, inquietudine, i tuoni e i sospiri, qualche battuta per cercare di reagire. Paura, almeno fino a che uno dei soci fondatori della Cooperativa non ci rassicura: niente dolo, "solo" un fulmine sulla centralina dell'Enel, e black out elettrico.

Ho partecipato ai campi di lavoro sulle terre confiscate alle mafie per diversi anni. Prima a Corleone (Pa), dove sono stata più volte nel corso del 2010, e poi tra le province di Brindisi e Lecce negli anni successivi. Da quelle “vacanze” sono tornata sempre un po' più forte, più ricca, più consapevole.

Mi piace raccontare i campi di lavoro come una palestra del “Noi”. Un'opportunità per riconoscersi come parti di una comunità nella quale possiamo fare la differenza, mettendoci in gioco con la nostra unicità. Quando la mattina ti svegli alle 5 per prenderti cura della terra o per preparare la colazione per i tuoi compagni, sai che stai facendo qualcosa di buono, e che non lo fai per un “Io”, ma per un “Noi”.

Raccogliere pomodori o rincalzare i filari della vigna per il Negroamaro la mattina; trascorrere i pomeriggi tra via D’Amelio, Portella della Ginestra o su e giù per le viuzze di Mesagne; ascoltare i racconti di chi la legalità la nutre col suo lavoro ogni giorno; incontrare chi ha visto scorrere il sangue e versato le lacrime che sono il prezzo della violenza criminale e toccare le ferite lasciate dall'ingiustizia e dall'arroganza del potere corrotto.

Si prova rabbia, indignazione, disgusto.

Ma se questo sentire lo condividi con altri giovani, adulti o pensionati che come te credono che un mondo diverso è possibile, e se vedi che in quello che era il covo di un boss ora c'è la sede di una cooperativa sociale che tra mille difficoltà offre lavoro anche ai disabili, allora la rabbia diventa speranza. Con la speranza e quel “Noi” che ti ha guidato in quei giorni, torni a casa e ti senti pronto per alzare la testa e guardare con occhi diversi la terra dove sei cresciuto. Così mentre le pagine dei giornali narrano del radicamento mafioso in Emilia, degli arresti e dei sequestri preventivi, dei casi di corruzione più o meno palesi e spudorati, tu sai che il mondo, pezzetto a pezzetto, lo si può cambiare, perché qualcuno più a Sud ti ha dimostrato come si fa, e tu, in fondo, hai già iniziato a farlo. Non si tratta - beninteso - di una lotta rabbiosa, rancorosa, violenta. Parlo di una consapevolezza intima, che vince e convince perché è condivisa dal basso, perché si basa su valori comuni. Sarà per la mia disabilità visiva che mi costringe a dare valore all'aiuto e al fare assieme, saranno i valori della Resistenza che mi hanno trasmesso i miei nonni, l'educazione che ho ricevuto e quel che ne ho fatto. Ma resto convinta che il futuro dell'Umanità dipenda esclusivamente da quanto saremo disposti ad abbandonare l'ego, per pensare e agire in base alle leggi del “Noi”. Basta mettersi in cammino, almeno per cento passi.