Quell’universo perfetto sospeso sul “filibus” alla fermata di via Emilia...

Ho girato il mondo, ma Modena è l’unica città a farmi pensare che solo un Dio molto razionale e benevolo può crearne una così

 

Nel labirinto del mio dna, attorcigliato fra nonni toscani, lombardi, modenesi di montagna e modenesi di Bassa, il filo d'Arianna al quale mi aggrappo da sessant'anni per non smarrirmi è proprio un filo. E' quello di un filobus, anzi del "filibus" come diceva mia nonna Teresina.

Ci salivo alla fermata in via Emilia Centro, all'angolo di Piazza Mazzini dove abitavo con l'altra nonna, quella lombarda che era sposata Montanari, il modenese di montagna, vabbe', lasciamo perdere. Dopo un sontuoso periplo attorno al centro storico, il "filibus" mi scaricava all'altro capo della Galassia, in via Carlo Sigonio angolo Guicciardini. Dove viveva la Teresina Alboni maritata Zucconi, il nonno toscano detto "Pentola", perchè se non gli fosse bastato il cognome a tormentarlo aveva anche due orecchie a sventola che parevano appunto maniglie.

La circumnavigazione del Centro Storico, che alle mie gambette già corte fin da piccolo sembrava l'equivalente su gomme del viaggio di Magellano mi dava il senso vertiginoso della magnificenza metropolitana di una città che mi appariva sconfinata e infinitamente varia, dalle soglie del vecchio ghetto dove abitavo accanto al Tempio, fino alla estrema periferia (allora) di una strada ancora affiancata da una canaletta scoperta. Nelle cui acque torbide la nonna Teresina, miope come una talpa con "catarazze" (volgarmente note come cataratte) prontamente si era premurata di ruzzolare insieme con me in carrozzina, ripescata dai passanti. Un episodio che aveva aggiunto l'elemento drammatico del naufragio al mio periplo di Modena e aveva provocato qualche serio momento di vivace dibattito fra una nonna sbadata e una nuora isterica, vale a dire mia madre.

Fu soltanto maturando, e avvicinando età più adulte come i dieci, undici anni, che affrontai l'attraversamento a piedi del Centro fra Mazzini e Guicciardini (poi per forza che mi sono dovuto laureare in Storia) scoprendo quello che Copernico aveva intuito qualche anno prima pur senza avere mai visto Modena, tributo al suo genio: il sole attorno al quale il sistema ruota.

Si spalancarono, davanti ai miei occhi sgranati non la Ghirlandina, il Duomo, i portici, la Bonissima, Piazza Grande, quello solite cose da turisti, ma il negozietto di giocattoli di tale signor Fancelli. Oggi scomparso e sostituito, credo, da un guantaio, il negozio di Fancelli esponeva una collezione meravigliosa di modellini di navi da guerra e di aereoplanini che scatenavano le mie più incontenibili pulsioni ed esercitavano un'irresistibile forza di gravità. Grazie a quel negozio, Modena divenne per me un universo in perfetto equilibrio che nessun’altra delle città marginali e sconclusionate nelle quali avrei vissuto come Milano, Tokyo, Roma, Parigi, Mosca, Bruxelles, TelAviv o Washington avrebbe mai potuto eguagliare.

Seguitemi, per favore: il filobus percorreva la sua orbita regolare, come una stazione spaziale (non che all'epoca avessi alcun' idea di che cosa fosse una stazione spaziale) ruotando attorno al sole, il giocattolaio Fancelli in PiazzaGrande.

Il lancio iniziale avve. niva sul filobus al mattino per andare a pranzo dalla nonna della Bassa e da "Pentole", il nonno toscano in periferia, che faceva un micidiale fritto misto indigeribile e imbottigliava la salsa di pomodoro in un cortile trasformato nell'eccitante set sanguinolento di uno "slash movie", un film dell'orrore tipo il massacro del Texas con la motosega.

Seguiva nel pomeriggio il volo a piedi da Carlo Sigonio a Piazza Mazzini con sosta da Fancelli in Piazza per investire in un aereoplanino o in una corazzatina i soldi invariabilmente spillati alla nonna. Atterraggio finale in Piazza Mazzini per la cena dall'altra nonna, l'Annunciata mantovana, donna un po' di braccino corto ma cuoca sopraffina e disposta ad arrotolare tortellini fino a consumarsi le dita, pur di compiacere il suo unico e allora viziatissimo nipote, che ero io.

Quella stagione, quelle estati, nonostante la asifissiante canicola modenese, o quegli inverni siberiani con il velo di ghiaccio sull'interno delle finestre di case senza riscaldamento centrale, fu per me, ed è rimasta, la conferma tangibile della celeberrima frase di Albert Einstein: "Dio non gioca a dadi con l'Universo". Soltanto un Dio rigorosamente razionale e straordinariamente benevolo poteva infatti avere creato la Modena così perfetta della mia infanzia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA