La Forestale ieri a caccia dell’amianto seppellito

Prelievi e sondaggi dei terreni nella sede della Bianchini costruzioni a San Felice Una delle eredità più pesanti del terremoto che ha portato inquietanti inchieste

SAN FELICE. «È come essere nella terra dei fuochi...». Questo l’amaro commento di quanti ieri mattina hanno assistito in lontananza al lavoro degli specialisti del Corpo Forestale dello Stato, inviati da Roma con il laboratorio mobile e due pattuglie, per effettuare nuovi sondaggi sui terreni della ditta Bianchini di via Lavacchi. Indossando tute bianche e maschere, impugnando gli strumenti per i carotaggi, gli esperti della Forestale hanno vagato qua e là su terreni adiacenti alla ormai famosa “montagna all’ amianto”, una quantità spaventosa di rottami edili contaminati da frammenti e polveri di materiali contenenti amianto. Il sospetto degli investigatori è che Bianchini, destinato purtroppo a passare alla storia per avere seppellito e disseminato un po’ ovunque - e a “sua insaputa”, come si dice - questi materiali contaminati, abbia sotterrato anche in quei terreni. Le operazioni di carotaggio si sono concluse alle 14. Ora il materiale verrà esaminato e, se necessario, si procederà con gli scavi, anche in vista della rimozione totale di una situazione finita al centro delle prossime attenzioni di “Report”. Ieri era anche pronta una ruspa, ma, con il rischio di disseminare amianto, non è stata ovviamente utilizzata.

Quella di Bianchini, con i milioni di euro che ora la pubblica amministrazione dovrà versare per lo smaltimento - al netto degli sforzi di rilancio che l’amministratore giudiziario potrà effettuare della “ditta Bianchini senza i Bianchini” - è soltanto una delle eredità postume - sul piano giudiziario - del terremoto. A questo conto dovranno essere aggiunte anche le spese di rimozione di centinaia di sacchi con terreni altrettanto contaminati, accumulati da tre anni tra il campo sportivo e cimitero di San Biagio, rimossi dallo stesso campo sportivo dopo che la ditta Bianchini aveva utilizzato come fondo per allargare la tendopoli dei terremotati proprio il famoso materiale. Ieri è arrivata la denuncia che quei sacchi, come prevedibile, si stanno usurando e rompendo, liberando il materiale.

Non solo amianto, però, visto e considerato che questo tipo di trattamento al territorio non è poi tanto considerato dal sistema repressivo e sanzionatorio penale, in Italia.

All’indomani del sisma si è infatti consolidata e ramificata nella Bassa la cancrena di stampo mafioso (nella fattispecie ’Ndrangheta) scoperchiata dall’inchiesta Aemilia e i cui ulteriori sviluppi - in chiave più locale - sono ancora in molti ad attendere nella Bassa, forse con troppo ottimismo.

In questi tre anni il terremoto ha prodotto poi altre inchieste, a significare le debolezze di un’Emilia meno morale e meno perfetta di quanto si volesse far credere. È ad esempio al vaglio della magistratura quella sui trasporti irregolari delle macerie. Come noto sono imputati davanti al giudice di Modena una dozzina di imputati tra padroncini (alcuni chiacchierati) e un noto imprenditore di Mirandola per subappalti fittizi. Certo che tra rinvii e tagli alle imputazioni chissà cosa potrà arrivare in fondo ai lunghi iter della magistratura.

Nulla, a Modena, è arrivato in fondo a proposito delle cause di tante morti e tanti danni di quel 20-29 maggio 2012.

Come noto, dopo centinaia di indagati, tutte le inchieste sulle cause dei crolli sono state archiviate (ne resta solo una in ballo), mentre a Ferrara - per lo stesso terremoto - sono fioccate imputazioni e processi. A maggior ragione, nel nulla sul piano processuale penale e sul piano politico sono finiti mesi di accertamenti di polizia sulla mescolanza tra trivellatori e affari, come dimostra la fine del rapporto Ichese. Prima dimenticato in un cassetto, poi smentito con l’autorevole collaborazione dei diretti interessati.

Alberto Setti