Il ricordo di due amici: «Grazie di esserci stato»

La Ventura e Grigòlo ripercorrono alcuni momenti del loro rapporto con il tenore «Con lui la lirica è entrata negli stadi». «Mi disse: “tu sei il mio campionissimo”»

«Grazie di esserci stato». È la frase che l’allievo Vittorio Grigòlo avrebbe voluto dire al maestro Luciano Pavarotti. Il tenore racconta l’episodio prima di salire sul palco. «Ho passato gli ultimi istanti di Luciano come allievo - ricorda il cantante aretino - con la luce nei suoi occhi. Aveva ancora voglia di trasmettere il messaggio che l’opera può essere moderna». Grigòlo aggiunge che quella era l’ultima lezione con il suo mentore. «Mi disse: “Ricordati, Vittorio. Potrò insegnarti tantissime cose - aggiunge il tenore - ma forse mai ad avere carisma. Tu l’hai”. Mi guardò con occhi fieri, pieni di forza dicendomi: “Sei il mio campionissimo”. Non ho mai avuto la possibilità di dirgli grazie di esserci stato nella mia vita, per la tua voce, per avermi fatto capire quanto cantare possa rendere felici sia gli altri sia noi». Il primo incontro avvenne nel 1990. «Mi aspettava dietro le quinte - riprende l’artista - ero un bambino che cantava l’aria del Pastorello, mentre lui interpretava E lucean le stelle. Sono venuto a Modena per sostenere la Fondazione Pavarotti, che divulga la cultura dell’opera e dà la possibilità ai giovani di crescere. Come Luciano ha dato a me, anch’io ridò indietro». «Luciano è stato generoso - ribadisce Simona Ventura - un talent scout che ha messo l’arte al servizio dei giovani, di questo Paese, di questa terra che amava. Quando Nicoletta mi ha chiamato mi sono sentita orgogliosa». La conduttrice ha avuto l’occasione di conoscere Pavarotti, come Massimo Ranieri. «Avevamo un rapporto molto bello - spiega la milanese d’adozione - lo chiamavo Luciano. Non potrò mai scordare le cene all’Europa 92, il suo ristorante, con Bono e io che tagliavamo i pomodori. Era tutto semplice». Per Simona Ventura Pavarotti avrebbe apprezzato i percorsi creati per lui a Expo. «Ne penserebbe bene - aggiunge la conduttrice - forse avrebbe inventato il percorso prima degli altri. A Modena ho visto il Museo, che consiglio di andare a vedere. Si respira il grande colore che aveva Luciano Pavarotti. Anche se lui è morto c’è nell’aria questa grandissima vivacità». Un tratto che Ventura ricorda ancora assieme ad altri. «Ha reso alta la bandiera italiana nel mondo - riprende la conduttrice - è stato il primo a portare la lirica negli stadi e unire il pop alla lirica. Modena sta rispondendo con passione. È giusto che la città risponda a questo grandissimo artista. Amava i cavalli, il cibo e questa terra». Qualche aneddoto lo regala Mario Luzzatto Fegiz. Il critico musicale ricorda la telefonata tra lui e Bono, il viaggio a Mostar con a bordo una forma di parmigiano e un cambio di cartellone perché lo spettacolo previsto “portava sfortuna”. «Era solare - conclude Luzzatto Fegiz - un tenore fortemente comunicativo. Ha insegnato a non vergognarsi del bel canto».