La scalata alla ristorazione con tassi d’usura del 417%

Ambrisi e Bonini “conquistavano” pizzerie, bar e ristoranti vessando i veri titolari Nei guai altri otto prestanome a cui sono intestate imprese edili e alcune officine

SASSUOLO. Il mondo della ristorazione era l’approdo più naturale per investire i soldi che il sodalizio incassava dalle attività illecite. Ma i proventi di ristoranti, bar e pizzerie erano anche una delle principali fonti di introito nel momento in cui Ambrisi ne arrivava illecitamente al comando. Perché la strategia per la scalata al potere seguiva due strade: c’era quella dei prestanome, persone conniventi e consapevoli di metterci “la faccia” per coprire i reali proprietari dell’impresa di ristorazione, meccanica, metallica o edile che fosse e c’era quella dell’usura, ossia il lento annientamento del vero proprietario, che a lungo andare - stritolato dai debiti con le banche, i fornitori e i prestatori di denaro a strozzo che portavano a tassi anche del 417%, come certificato dalla Guardia di Finanza - era costretto a cedere la guida del locale pur rimanendone ufficialmente proprietario e gestore. E se non bastava la forza del “dio denaro” a portare Ambrisi e Bonini a comandare decine di società imprenditoriali ecco che subentravano le ritorsioni e le minacce. Come accaduto ad una pizzeria che confinava con quella di proprietà del sodalizio. Inizialmente sono stati visti come concorrenti e una volta annullati - perché costretti a chiudere con le minacce e le intimidazioni - sono diventati vittime da dissanguare. Come? Costringendoli a continuare a pagare l’affitto di un locale ormai sfitto e poi a prendere in gestione una pizzeria a Reggio Emilia grazie ad un oneroso mutuo. Ma il prestito bancario era arrivato soltanto grazie alla garanzia fornita da uno dei due arrestati, che poi aveva preteso, quasi fosse un risarcimento per il favore, un bonus di 60mila euro.

Tutti legami, quelle delle società controllate attraverso prestanome, emersi grazie ai controlli incrociati sui flussi patrimoniali approfonditi dalla Finanza e dall’intenso lavoro di monitoraggio portato a termine da parte della polizia del Commissariato di Sassuolo. Grazie alle loro informative si è arrivati ad identificare in Rocco Ambrisi e Adamo Bonini i capofila del gruppo, ma nell’ordinanza di arresto, firmata dal gip Eleonora De Marco, sono finiti anche otto prestanome, che risultano indagati in stato di libertà. Era grazie a loro che gli affari prosperavano sotto una patina di legalità e se qualcuno ha iniziato a collaborare, altri hanno evidenziato “grande reticenza” come ha ammesso il procuratore capo, Lucia Musti.

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