Un racket delle estorsioni venuto alla luce già 23 anni fa

SASSUOLO. Il nome Ambrisi a Sassuolo è più che noto e noti sono i sospetti che legate a quel cognome si svolgano attività illecite. Ovviamente il sassolese medio non è a conoscenza di ciò che invece...

SASSUOLO. Il nome Ambrisi a Sassuolo è più che noto e noti sono i sospetti che legate a quel cognome si svolgano attività illecite. Ovviamente il sassolese medio non è a conoscenza di ciò che invece ora diventa di pubblico dominio con l’operazione Untouchables. Ma diverse sono state le occasioni in cui lo stesso cognome è arrivato alle cronache. E noti sono anche i legami della famiglia con alcuni dei più noti locali (bar e pizzerie) di Sassuolo. Il nome compare per la prima volta nelle cronache nel 1992, legato a un’altra operazione di polizia (quella volta denominata “Sandrone”) nella quale viene debellato un racket di estorsione con base a Sassuolo. In quel caso l’origine sembra in Puglia, ma fra gli otto arrestati c’è anche Giuseppe Ambrisi, 35 anni, originario di Nardò e residente a Sassuolo. L’estorsione riguardava i proprietari di un locale sassolese, il “Meeting”.

Nel 1998 al Senato si tiene una relazione del Servizio nazionale di investigazione sulla criminalità organizzata e nel capitolo riguardante l’Emilia Romagna viene citato ufficialmente il nome Ambrisi come organizzazione operante sul territorio di Sassuolo.

Nel 2002 Rocco Ambrisi e il fratello Giuseppe, poi deceduto, finirono alla sbarra per aver aggredito un uomo, armati di cric e un’ascia di legno. Di nuovo di un Ambrisi si occupa la Procura di Ravenna nel 2010. Stavolta le manette e la custodia cautelare scattano per il cinquantenne Luigi, che viene identificato come mandante, ancora una volta, di un’estorsione: per incassare il credito che vantavano con un imprenditore di Lugo: Luigi e un compare di Formigine, avrebbero mandato due uomini a mostrare il calcio di una pistola. L’operazione che ha portato agli arresti di ieri mattina era già in corso e anche se il fermo sembra casuale, non è improbabile che la famiglia fosse già seguita da vicino dalle forze dell’ordine. In città la famiglia detiene diverse imprese, intestate abitualmente a parenti o prestanome, che ora le forze dell’ordine hanno individuato come strumenti di riciclaggio del denaro proveniente dall’attività illecita: pizzerie, bar, ma anche rivendite e lavaggi auto e spedizionieri.