Il vescovo di Modena: «Non banalizziamo l’idea di famiglia»

Don Erio Castellucci a ruota libera su diritti civili e matrimonio: «Sono cose diverse»

MODENA. Domenica 4 ottobre, nella Festa di San Francesco d'Assisi, si è aperto il Sinodo ordinario sulla famiglia con la Messa in San Pietro presieduta da papa Francesco, che nell'omelia ha richiamato la necessità di coniugare verità e accoglienza, secondo il metodo della misericordia. Il settimanale diocesano Nostro Tempo ha intervistato il vescovo Erio Castellucci sui temi che il Sinodo sta trattando.

I riflettori sono già puntati sulle questioni scottanti: divorziati risposati, conviventi e omosessuali

«Direi che i riflettori sono puntati sul Vangelo della famiglia, cioè - come ha ricordato il Papa nella sua omelia in San Pietro - sul progetto di Dio per l'uomo e la donna, perché diventino “una sola carne” aperta all'amore reciproco e fecondo. Certo, papa Francesco ha ricordato anche le famiglie ferite, richiamando l'immagine della Chiesa come “ospedale da campo”, ma ha parlato soprattutto della bellezza della coppia e della famiglia. Come sempre, noi siamo molto “provinciali”: non credo che il primo problema dell'America Latina o dell'Africa sia uno di quelli che cadono sotto i nostri riflettori; là piuttosto le comunità cristiane si preoccupano delle famiglie che non hanno cibo sufficiente, dei bambini che sono sulla strada, degli anziani che muoiono senza cure e della mancanza di lavoro».

Il Sinodo, dunque, non affronterà le questioni che qui attraggono tutta l'attenzione?

«Le affronterà, certo, come è scritto nelle Proposizioni pubblicate al termine della sessione straordinaria, un anno fa. Ma chi si aspetta “rivoluzioni” dottrinali rimarrà deluso: i padri sinodali stanno cercando di coniugare la dottrina sul matrimonio e la famiglia, che rimane integra, con l'accoglienza di tutte le situazioni, anche quelle maggiormente compromesse, per farle maturare verso la verità piena. È questa la "misericordia"».

Può spiegarsi meglio?

«Noi ci muoviamo secondo due poli distanti ed entrambi molto comodi. Da una parte c'è la tentazione di ribadire la verità oggettiva, condannando tutti quelli che vivono situazioni “irregolari” e finendo per cadere nel peccato dei farisei. Dall'altra c'è la tentazione di legittimare tutte le scelte soggettive, ritenendo che una situazione vale l'altra e finendo per cadere in un relativismo che degrada la persona. La misericordia è il ponte tra la situazione reale e la meta finale: essere misericordiosi significa prendere per mano chi sbaglia per condurlo, secondo i passi che può compiere, verso una vita più evangelica. Per la Chiesa, “educare”, significa sostanzialmente questo».

Non è facile: può applicare ai temi scottanti queste parole?

«Appunto, come ha detto lei, non è facile: ma è la via che ha seguito Gesù. Quando, rimasto solo con la donna adultera, ha detto “Neppure io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più”, che cosa ha fatto se non coniugare accoglienza e meta, carità e verità? Per noi è più difficile, ma papa Francesco sta facendo - sulla scia dei suoi predecessori - uno sforzo enorme per aiutare la Chiesa ad imitare Gesù. Dunque, i divorziati risposati…».

Lei su questi temi passa per “progressista”.

«Ho già detto altre volte che progressista e conservatore non sono categorie adatte per la Chiesa. Le usiamo, certo, ma… secondo lei, Gesù era progressista o conservatore?»

Forse per alcuni aspetti progressista e per altri conservatore.

«Esatto: il chè vuole dire che non si può ingabbiare, né Gesù né la sua Chiesa, in questa alternativa. A me, e non solo a me, capita questo: quando metto in evidenza la necessità di accogliere tutte le persone, anche quelle che vivono le situazioni più ferite, passo per progressista; quando sottolineo la necessità di aiutarle a camminare verso la verità piena del Vangelo, passo per conservatore».

Bene, torniamo ai divorziati risposati.

«Il Sinodo straordinario ha registrato una proposta, il cui nucleo risale ad una conferenza di un anno e mezzo fa del cardinale Kasper, che in determinate situazioni e in circostanze ben definite, dopo un intenso cammino penitenziale, permette la comunione anche a persone divorziate e risposate. Questa proposta non ha registrato la maggioranza dei due terzi, ma è stata comunque rilanciata al Sinodo ordinario. Ci sono stati nel frattempo convegni, articoli e libri. Solo due brevi osservazioni. Già da tempo, con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la Chiesa procede valutando le singole situazioni: non è per esempio il semplice fatto di essere divorziati che esclude dalla comunione eucaristica, ma il fatto di avere causato il divorzio o di contraddire oggettivamente il matrimonio sacramentale, se valido, con un altro vincolo diverso dal matrimonio».

“Se valido”, ha detto: papa Francesco ha recentemente pubblicato un Motu Proprio riformando i processi di nullità: che cosa comporterà?

«Non è una vera e propria riforma: è piuttosto una semplificazione. Tornando alla proposta di Kasper, avanzo anche una seconda osservazione: non è assolutamente in questione l'indissolubilità del matrimonio, come qualcuno erroneamente pensa. Cioè, al di là del fatto che questa proposta venga o meno approvata, in qualsiasi forma, se un matrimonio sacramentale è valido, non risulta mai sciolto. Il risvolto pastorale più importante è che comunque le nostre Chiese dovranno prepararsi ad accompagnare, con strumenti più adeguati dal punto di vista spirituale, psicologico e giuridico, le persone, le coppie e le famiglie che hanno vissuto il dolore della separazione. Ma la nostra diocesi su questo ed altri ambiti ha degli ottimi strumenti».

E le convivenze?

«Ci sono tanti tipi di convivenza e ci sono tante motivazioni che vengono date. Nei corsi di preparazione al matrimonio, ormai le coppie conviventi sono la grande maggioranza. Ha fatto un certo scalpore una mia affermazione: “non condanno le persone conviventi”. La ribadisco: significa semplicemente che non condanno le persone, qualunque sia la loro scelta, come credo facciano anche gli altri cristiani; questo non significa che io sia d'accordo con la scelta di andare a convivere. Mi pare evidente che la convivenza alternativa al matrimonio non è compatibile con l'orientamento cristiano. Più sottile è la convivenza “di prova”, che anche molti cristiani scelgono, pensando di avere maggiori garanzie per un matrimonio futuro. In realtà, come ho notato tante volte nei quasi vent'anni di collaborazione con un Consultorio di Forlì, non si può “provare” il matrimonio prima di sposarsi, perché poi inevitabilmente le condizioni cambieranno, la vita evolverà, i problemi saranno diversi e imprevisti. Con il rischio di rimanere così doppiamente delusi, perché ci si era illusi di avere avuto a disposizione un “test” completo».

Qui viene fuori l'animo conservatore…

«Certo, come sopra (ride). L'ultima questione che mi poneva tra quelle scottanti, ossia l'omosessualità, è pure troppo complessa per essere trattata in due battute. Richiamo i due aspetti della misericordia, già abbondantemente ribaditi dal magistero degli ultimi decenni: l'accoglienza delle persone omosessuali, che vanno valorizzate e non discriminate, e l'accompagnamento verso il bene oggettivo. Vorrei far notare che da sempre le nostre comunità cristiane accolgono persone di diverso orientamento, che tante volte queste persone si impegnano in diverse attività, e che quindi non sto dicendo cose inventate. Diverso è il discorso dei “diritti civili”, dei quali spesso si parla senza tenere conto di tutti i soggetti implicati. Personalmente sono contrario a parlare di “matrimonio” tra persone omosessuali, perché il matrimonio esige - e qui non è la Chiesa, ma la Bibbia e la ragione umana - una complementarità e una capacità generativa; non sono giurista, ma è possibile che invece alcune garanzie di tipo economico e sanitario vadano inserite nel codice civile. Non sono invece d'accordo con l'idea dell'adozione, perché un bambino necessita - anche per la sua crescita equilibrata - di un papà e di una mamma: devono contare soprattutto i suoi diritti, dato che è la parte più debole. Dire, come si sente spesso, che ci sono bambini cresciuti bene anche senza un genitore, non rende legittimo “programmare” l'assenza di una delle due figure. Una cosa è far fronte ad una carenza sopravvenuta, un’altra è provocarla in partenza».

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