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C'era una volta a Modena: l’epopea del Pallamaglio e le prime “case popolari”

Era un gioco “micidiale” e un lungo edificio sgomberato negli Anni Venti

MODENA. È purtroppo vero che il Modena Football Club milita in serie B, mentre il Carpi Football Club e l'Unione Sportiva Sassuolo Calcio militano in serie A (per non parlare dei cugini bolognesi). I Carpigiani e i Sassolesi dovrebbero però erigere un monumento a noi Modenesi, perché abbiamo inventato noi il gioco del calcio! Nel 1545, agli inizi di ottobre, il cronista Tommasino Lancellotti annota infatti: "Li Conservatori hano fatto anettare in granda presia tutta la piacetta perché el Duc ...

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MODENA. È purtroppo vero che il Modena Football Club milita in serie B, mentre il Carpi Football Club e l'Unione Sportiva Sassuolo Calcio militano in serie A (per non parlare dei cugini bolognesi). I Carpigiani e i Sassolesi dovrebbero però erigere un monumento a noi Modenesi, perché abbiamo inventato noi il gioco del calcio! Nel 1545, agli inizi di ottobre, il cronista Tommasino Lancellotti annota infatti: "Li Conservatori hano fatto anettare in granda presia tutta la piacetta perché el Duca (Ercole II) vole che el se zoga al ballon".

La Piazzetta del pallone, "dove se giocha a la bala", era secondo Luigi Francesco Valdrighi, che la cita nel suo Dizionario storico-etimologico delle contrade e spazii pubblici di Modena, pubblicato in città nel 1880, "nelle vicinanze del Palazzo comunale, dalla parte della contrada degli Scudari".

C'era una volta a Modena: dal Pallamaglio alle case popolari

Ma ai Modenesi piaceva soprattutto un altro gioco, quello della palla a maglio. "Il pallamajo secondo le antiche cronache consisteva in due pallottole in legno durissimo, della grossezza di un melograno, con certi bastoni lunghi due braccia, che avevano da capo un mazzuolo di legno pur forte, concavo all'un de' capi: con questo strumento scagliavansi le palle".

Un gioco micidiale, tanto che il cronista Lancellotti sgrida un gruppo di ragazzi che lo giocavano in mezzo alla strada perché rischiavano di far male ai passanti.

Un gioco che non passava di moda, tanto che Ludovico Antonio Muratori nelle sue Antichità estensi (1717) ricorda come il duca Francesco I "molte volte, sapendo il bisogno di qualche cavaliere di sua corte per disgrazie accadute, sceglieva quel tale al gioco del pallamaglio e al tiro a segno con le pistole e si lasciava vincere quella somma che voleva donare".

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Il gioco del pallamaglio ci introduce al tema di questo articolo: le case popolari nella nostra città.A metà Ottocento esistevano due esempi primitivi di "abitazioni popolari": l'edificio che costituiva la Porta Sant'Agostino, progettato nel 1790 da Giuseppe Maria Soli, con cinque piani di abitazioni, demolito tra il 1912 e il 1913, e il Pallamaglio, nei pressi della Barriera Vittorio Emanuele II, entrambi gestiti dalla Congregazione di Carità.

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Il Pallamaglio sorgeva nella piazzetta limitata dalla via omonima, "la strada ove trovasi eretto il fabbricato detto del nuovo Pallamajo" (1859), un edificio lunghissimo oggi irriconoscibile, una sorta di "casa di ringhiera". A piano terra trovavano luogo i laboratori artigiani, specializzati perlopiù nella costruzione di quegli altissimi letti in ferro battuto, dai grandi molloni di sostegno; ai piani superiori, all'interno dei ballatoi, un numero enorme di famiglie, ovviamente così poco silenziose che i Modenesi di una certa età usano ancora l'espressione: "L'e un palamai!" per indicare qualcosa di molto rumoroso.

Lì abitava mio nonno con i suoi numerosi fratelli (il signore con i baffi e il cappello affacciato in fotografia alla ringhiera è Giuseppe, "Pepo" per tutti quelli della famiglia, fratello di mio nonno), e mio padre e i suoi fratelli, e i racconti ascoltati un poco di nascosto da bambino richiamano vicende da cronaca rosa, e nera, liti tra famiglie ...

C'era comunque anche molta solidarietà, tanto che gli abitanti del Pallamaglio avevano fondato la società carnevalesca "Castellana", e ogni anno il carro da loro allestito riceveva grandi applausi.

Ma tutto cambia, e alla fine degli anni Venti il destino del Pallamaglio era segnato. Ceduto dalla Congregazione di Carità allo IACP, e venduto a privati, costrinse al trasferimento centinaia di famiglie. I miei si trasferirono alla Crocetta, quartiere su cui torneremo.

Ma, pur ristrutturato, Francesco Guccini lo riconosce nell'immediato dopoguerra, e così lo descrive in Vacca d'un cane: "Scopri un giorno, vicino alla Stazione Grande, che c'è una via del Pallamàglio, e di fronte c'è proprio un grande palazzo, con archi archetti cancellate cortili, misteriosamente illeso fra i mucchi di macerie intorno alla zona ferroviaria, e lì deve starci un mucchio di gente, e quello è forse il prototipo, l'archetipo, la Prima Idea Celeste di tutti i palamài".

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Alla fine dell'Ottocento si addensavano all'interno della cinta muraria di Modena masse di poveri che risiedevano in case malsane, spesso fatiscenti, che giustificarono procedure di sventramenti: prima la creazione di Piazza XX Settembre e di Piazza Mazzini, poi l'abbattimento delle mura.

Nel 1904 il Piano regolatore edilizio e di ampliamento della città di Modena, e poi nel 1907 la creazione dell'Istituto Autonomo delle Case Popolari, diedero il via alla costruzione di case "per il popolo" fuori del vecchio perimetro delle mura, anche per ospitare i cittadini che erano stati sfollati dagli isolati abbattuti.

Il primo nucleo di case popolari IACP fu realizzato nel 1908 in "Villa S. Caterina", tra via Piave e via Ciro Menotti, e poi in "Villa S. Cataldo", tra viale Cialdini e via Cesare Costa. Poi, dopo la guerra, nel 1919, iniziò la realizzazione delle case popolari in "Villa S. Faustino", tra via Luigi Riccoboni e via Fulvio Testi, che andavano appunto sotto il nome di "Cà novi" perché non se ne costruivano da prima dello scoppio della guerra.

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Viale Jacopo Barozzi ancora non esisteva. Al suo posto un canale in parte coperto.

E qui debbo tornare sulla mia famiglia.

Mio padre faceva la guardia a un bidone di benzina al deposito dell'Agip in via Paolucci quando fu fatto prigioniero dai Tedeschi l'8 settembre 1943, e portato assieme ad altre centinaia di soldati in Cittadella. Io sono nato il 18 ottobre 1943, e mia madre, di otto mesi, portava il cibo a mio padre attraverso i cancelli. Mio padre sentì dire che tutti sarebbero stati deportati in Germania. Si è calato nelle fogne assieme ad altri due che lo tenevano i piedi ed ha vagato al buio nella merda per moltissime ore, fino a che non si è imbattuto nel tratto coperto di quello che allora si chiamava "Canale Leoni" accanto al "Cà novi". Uscito nella lavanderia, è stato rifornito di vestiti puliti dalle donne delle case popolari, e poi, scappato a Nonantola dove la mia famiglia era sfollata e dove io sono nato, è rimasto nascosto fino al 25 aprile del 1945 sfuggendo ai rastrellamenti di fascisti e tedeschi.

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Ma torniamo al quartiere Crocetta, nel dopoguerra probabilmente il più povero della città, con la conceria "Donati" che scaricava liquami immondi nel Naviglio, la via Due Canali senza sbocco, la via Nonantolana non asfaltata: è passato il Giro d'Italia, non ricordo in che anno, ma non ho visto nulla, solo una nuvola di polvere.

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Qui, vicino alla gloriosa "Villa d'Oro", a fianco delle scuole elementari "Collodi", sorgevano case popolari abbattute l'anno scorso.

Più oltre, di recente ristrutturata, sorge la "Popolarissima", costruita nel 1937, un edificio a bassissimo costo, "suddiviso in unità con una superficie netta abitabile compresa tra i venticinque e i cinquanta metri quadrati".

Ma il dopoguerra, con le case bombardate e gli sfollati, ha visto i poveri cercare rifugio ovunque: molti hanno vissuto per anni in via Nonantolana nei capannoni della Todt, l'organizzazione della Germania nazista che impiegava il lavoro coatto nei territori occupati (lì alla fine degli anni Ottanta verrà realizzato il quartiere Torrenova), altri in quello che rimaneva della Cittadella.

Proprio qui, partendo da viale Storchi, si svilupperà agli inizi degli anni Cinquanta il primo intervento INA-Casa a Modena, a seguito dell'approvazione del "Piano Fanfani" nel 1949, su progetto degli architetti Mario Pucci e Vinicio Vecchi, a cui fecero seguito il quartiere INA-Casa Sant'Agnese, iniziato nel 1954, e poi nel 1957-1965 il villaggio INA-Casa della Sacca.

(1, continua)

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