Muti: «Luciano trascinava le folle il suo modo di cantare era mitico»

Il Maestro ha interrotto le prove al Comunale per un breve incontro di presentazione del concerto ed ha ricordato, tra aneddoti e curiosità, il lungo sodalizio artistico e umano che lo ha legato al tenore

«Luciano Pavarotti, giocando, mi chiamava il “capo”: è stato davvero un personaggio e un artista indimenticabile, era eterno, aveva grande umanità, era serio sul lavoro e un timbro di voce inconfondibile come nel Novecento hanno avuto solo la Tebaldi e la Callas».

Il maestro napoletano Riccardo Muti, il più noto direttore d'orchestra del mondo, ieri mattina - interrompendo le prove con la sua Orchestra Giovanile Cherubini per lo spettacolo dedicato agli 80 anni di Pavarotti - si è dilungato con la stampa ricordando i suoi rapporti con il Tenorissimo scomparso nel 2007.

Maestro, com’era l'artista Pavarotti?

«Luciano Pavarotti aveva una maniera di cantare rimasta mitica, era dotato di un timbro di voce inconfondibile. Uno dei pochissimi cantanti d'opera che era possibile riconoscere senza vederlo fisicamente, come accade appunto con pochi altri, o meglio altre, Callas, Tebaldi, o la filarmonica di Vienna».

Dell'uomo Pavarotti cosa ricorda?

«Soprattutto la grande generosità. Penso ad esempio al concerto che tenemmo insieme nel 1995 a Forlì, io nel ruolo inusuale di pianista: Pavarotti venne gratuitamente dall’America a cantare davanti al palasport di Forlì gremito da migliaia di persone. Ricordo che mia moglie mi disse: “ti ho trovato un tenore di qualità e a lui disse ti ho trovato un pianista di qualità”. Insomma Cristina Mazzavillani ci mise insieme così e per quella occasione Rai e Mediaset si unirono anche se poi il disco non è ancora stato pubblicato. Pavarotti in quella occasione volle scegliere tutto il repertorio e facemmo le prove a Milano, perché io ero il direttore della Scala all’epoca».

In quali altre occasioni vi siete incontrati?

«A parte i Pagliacci a Philadelfia, la Messa da Requiem alla Scala, ci fu la storica occasione del Don Carlo di Giuseppe Verdi che aprì la stagione della Scala nel 1995. Una esecuzione che durante la prima creò qualche dissapore, ma in realtà in quel ruolo Pavarotti dimostrò una tecnica altissima eseguendo un finale con un pianissimo superbo. Pavarotti con la sua voce trascinava le folle, pensi al vincerò della Turandot, e così nessuno esaminò a fondo quel ruolo: per fortuna esiste l'incisione dove Luciano è di una dolcezza severa e non sdolcinata».

Il Don Carlo fu l'ultima collaborazione, la prima invece a quando risale?

«Fu nel 1969 a Roma, in occasione dei Puritani di Vincenzo Bellini dove era presente anche Mirella Freni. Lo ricordo bene perché mi ero sposato solo poche settimane prima e quello pareva un titolo contro il matrimonio. C'è ancora un disco inedito della Rai di quell’opera».

E Nicoletta come fu il vostro incontro?

«Con Pavarotti ci siamo molto divertiti, anche se lui diveniva poi molto serio al momento del lavoro. Così anche con Nicoletta, che vidi per la prima volta in occasione del Don Carlo: fummo protagonisti di un siparietto».

Come ha scelto il repertorio del concerto modenese?

«L'Orchestra Giovanile Cherubini, i tenori Meli e Ysmanov e i soprano Buratto e Balbo, suoneranno e canteranno un programma dedicato a Pavarotti, anche se ho evitato Boheme e Puccini perché nell'Emilia verdiana mi sembrava troppo ovvio. Partiremo con l'ouverture dal Guglielmo Tell di Rossini e con il Nabucco che seppur sinfonicamente sono dedicate al modenese. Poi ci sarà il repertorio di Verdi da Rigoletto al Trovatore, da La Traviata a Ballo in maschera fino all'Ave Maria da Otello. Insomma un cammino verdiano».

Un Muti cordiale, dunque, tanto da esordire sorridendo con un «Calma, so che voi siete emiliani, ma io sono napoletano». E poi tutta la giornata passata a provare in sala con i cantanti Eleonora Buratto, Elisa Balbo, Francesco Meli e Jenish Ysmanov.