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La fatica d’esser donne in risaia, nei campi, in casa

Storie di lavoro, di vita quotidiana e lotte: “Se otto ore vi sembran poche...”

Sciur padrun da li béli braghi bianchi / fora li palanchi, fora li palanchi / Sciur padrun da li béli braghi bianchi / fora li palanchi c'anduma a cà. / Al scusa sciur padrun / s'a l'em fat tribulèr / l'era el premi volti / l'era el premi volti / e an savivem cuma fèr …

Quando nel 1949, con la regia di Giuseppe De Santis, comparve nelle sale cinematografiche Riso amaro, con Vittorio Gassman, Raf Vallone e una splendida Silvana Mangano, tutta l'Italia, e non solo (il film fu presentato a Canne ...

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Sciur padrun da li béli braghi bianchi / fora li palanchi, fora li palanchi / Sciur padrun da li béli braghi bianchi / fora li palanchi c'anduma a cà. / Al scusa sciur padrun / s'a l'em fat tribulèr / l'era el premi volti / l'era el premi volti / e an savivem cuma fèr …

Quando nel 1949, con la regia di Giuseppe De Santis, comparve nelle sale cinematografiche Riso amaro, con Vittorio Gassman, Raf Vallone e una splendida Silvana Mangano, tutta l'Italia, e non solo (il film fu presentato a Cannes e ricevette una candidatura all’Oscar per il miglior soggetto), imparò a conoscere un mondo all'epoca ristretto all’Emilia-Romagna, al Veneto e alla Lombardia, soprattutto alle province di Vercelli, Novara e Pavia. I treni portavano, alla fine di maggio, centinaia di donne, giovani e vecchie, lontano da casa, per un mondo di fatica, con giornate interminabili con l'acqua fino alle ginocchia, con la schiena curva tra nugoli di zanzare, tra rane e bisce, per "mondare", per 40/45 giorni di fila, le erbe infestanti che crescevano nelle risaie e limitavano la crescita delle piante di riso.

C'era una volta a Modena: le mondine in risaia

Alloggiavano in capannoni, su pagliericci di fortuna, in condizioni igieniche spesso precarie, per portare a casa un minimo salario.

Nelle risaie di Molinella si ebbero le prime proteste di mondine per l'ottenimento di migliori condizioni di vita, per ridurre a otto ore la giornata lavorativa: Se otto ore / vi sembran poche / provate voi a lavorar / e sentirete la differenza / di lavorar e di comandar. Un canto che ben presto, dopo la Rivoluzione russa, si colorò di politica: E noi faremo / come la Russia / noi squilleremo il campanel, / falce e martel, / e squilleremo il campanello / falce e martello trionferà. / E noi faremo come la Russia / chi non lavora non mangerà / e quei vigliacchi di quei signori / andranno loro a lavorar.

Ma se tante donne prendevano il treno, nella nostra provincia tante rimanevano nelle "valli carpigiane" dove la coltivazione del riso ben si addice alle caratteristiche dei terreni della zona: è una coltura che ha bisogno di un velo d'acqua e può sfruttare la poca permeabilità del terreno dovuta all'alta percentuale di argilla per trattenere l'acqua fornita dai canali della bonifica Parmigiana Moglia. È una coltivazione antichissima, tanto che il cronista Tommasino Lancillotto il 5 dicembre 1528 ci informa sul suo prezzo: "In Piazza se vende el rixo soldi 1 denari 6 la libra".

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Ma quello delle mondine era un lavoro stagionale, di poca durata, svolto spesso da donne che non avevano una famiglia da gestire.

Ben altra era la fatica costante delle donne nelle campagne. Bisognava tener dietro alla casa, a una famiglia spesso numerosa, e lavorare nei campi "sotto padrone", quando era possibile.

C'era una volta: le mondine tra canapa, zappe e lavori in campagna

Si coltivava la canapa, che poi andava immessa nei maceri, presenti un tempo in moltissimi fondi agricoli. Ai primi di agosto la canapa arrivava a giusta maturazione e avevano inizio le operazioni di taglio, a cui partecipavano moltissime donne: la pianta doveva essere falciata con un taglio netto, il più possibile vicino alla radice. I fusti delle piante tagliate erano lasciati essiccare per quattro o cinque giorni: quelli più alti erano tenuti da parte per la produzione di semi, mentre gli altri erano riuniti per fasci in relazione alla loro lunghezza e poi immessi nei maceri. Un lavoro faticosissimo quello del taglio, ma ancor più quello dell'estrazione dai maceri dopo pochi giorni perché i fasci, intrisi d'acqua, raggiungevano un peso considerevole.

Non ci si stupisca se le canzoni nate all'epoca parlano del lavoro femminile in questi termini: Sebben che siamo donne / paura non abbiamo / per amor dei nostri figli / per amor dei nostri figli. / Sebben che siamo donne / paura non abbiamo, / per amor dei nostri figli / in lega ci mettiamo / oilì oilà / e la lega la crescerà. / E noialtri socialisti, / e noialtri socialisti / vogliam la libertà. E la libertà non viene / perché non c'è l'unione: / crumiri col padrone / son tutti da ammazzar / oilì oilà. / Sebben che siamo donne / paura non abbiamo, / abbiamo delle belle buone lingue / e ben ci difendiamo. / E voialtri signoroni / che ci avete tanto orgoglio / abbassate la superbia / e aprite il portafoglio.

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Il nostro territorio si è sempre caratterizzato per la presenza della mezzadria. Questo tipo di contratto, abolito nel 1964, comportava necessariamente una pluralità di coltivazioni: grano, "erba spagna", cioè erba medica, vite, alberi da frutto … Si allevavano mucche, galline, conigli. E poi le donne andavano "alla foglia".

Oggi il Lambrusco è coltivato in filari perfettamente allineati, sostenuti da pali di cemento, con le viti basse, anche se non così basse come in molte parti d'Italia. Un tempo non lontano invece la vite era "maritata" all’olmo, era sorretta cioè da due di queste piante, oppure da gelsi dai frutti succosi, bianchi o mori, retaggio dell’allevamento dei bachi da seta, venduti a Modena nel mercato che si teneva davanti al palazzo ducale ogni anno. I vigneti erano collocati ai margini di prati e le viti erano coltivate assecondando la loro naturale vocazione di piante rampicanti. Le donne prima dell'autunno con lunghe scale strappavano le foglie dell'olmo, ottimo integratore per la dieta delle vacche perché stimolano la produzione di latte.

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Da piccolo, sessant'anni fa, i miei mi mandavano a trascorrere parte dell'estate da lontani parenti, i Panari, affittuari o mezzadri, non ricordo, in un podere tra Campogalliano e Carpi: un periodo bellissimo. La casa era quella tipica delle nostre parti: a destra la stalla con sopra il fienile, al centro la "porta morta", destinata al riparo degli attrezzi agricoli, a sinistra l'abitazione vera e propria. Io dormivo al piano di sopra, su un materasso di foglie di granoturco. Quando mi alzavo la Celsa aveva già munto le mucche, preparato la colazione per il marito, il cognato (Vitòri era un pòt, cioè non era sposato, e a lui spettava il compito di venire a Modena il lunedì per il mercato), il figlio e la nuora al lavoro nei campi da molte ore; era già stata nel pollaio e a dar da mangiare ai conigli e al cane, legato purtroppo alla catena. Poi non so cosa facesse ancora in casa, ma certamente molto altro. Se gli altri membri della famiglia non rientravano per il pranzo, perché era urgente mietere, o tagliare il fieno, allora ero io a portarglielo in contenitori di alluminio, assieme a una bottiglia o due di "puntalòun", un "lambrusco", diciamo così, che si otteneva dalle "graspe" (come si dice a Modena) già spremute, schiacciandole nel tino e aggiungendo acqua.

Mentre io andavo a pesci o a rane nei vicini canali di bonifica, la Celsa continuava a lavorare, perché c'era da fare il bucato, o rammendare, e poi preparare la cena.

La Celsa è il simbolo di un mondo faticosamente quasi scomparso, perché le donne non hanno solo cantato, ma anche lottato.

(2, continua)

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