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C'era una volta a Modena il Grande Italia

 C’è un angolo di Modena, Largo Garibaldi, che il 29 settembre 2009 ha ricevuto una "intitolazione sentimentale": "Piazzetta 29 settembre", per ricordare con il titolo della canzone...

 

C’è un angolo di Modena, Largo Garibaldi, che il 29 settembre 2009 ha ricevuto una "intitolazione sentimentale": "Piazzetta 29 settembre", per ricordare con il titolo della canzone composta dalla coppia Mogol/Battisti, ma portata al successo da Maurizio Vandelli e dall'Equipe 84, le glorie musicali modenesi, da Francesco Guccini a Caterina Caselli ai Nomadi. La canzone - che parla di una sbandata sentimentale con conseguente tradimento e pentimento - fa riferimento nella prima frase del tes ...

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C’è un angolo di Modena, Largo Garibaldi, che il 29 settembre 2009 ha ricevuto una "intitolazione sentimentale": "Piazzetta 29 settembre", per ricordare con il titolo della canzone composta dalla coppia Mogol/Battisti, ma portata al successo da Maurizio Vandelli e dall'Equipe 84, le glorie musicali modenesi, da Francesco Guccini a Caterina Caselli ai Nomadi. La canzone - che parla di una sbandata sentimentale con conseguente tradimento e pentimento - fa riferimento nella prima frase del testo ("Seduto in quel caffè / io non pensavo a te") a un bar. Lì aveva sede il bar "Grande Italia", chiuso ormai da tempo.

La fotografia qui riprodotta fu scattata dal mio amico Oscar Goldoni, per anni responsabile della Galleria Civica, e servì per la copertina di un disco. L'idea del progetto "Grande Italia" fu concepita intorno al 1973/74 da Dodo Veroli, all'epoca produttore dei Nomadi, e da Pier Farri, uomo della Emi, entrambi frequentatori del bar "Grande Italia". L'intenzione era quella di riunire in un disco i musicisti più o meno noti che frequentavano l'omonimo locale, in quel periodo punto d'incontro di un’umanità varia affascinata dal fenomeno beat e dal movimento hippie, sia dal punto di vista musicale che da quello artistico letterario. Al disco avrebbe poi dovuto far seguito una serie di concerti.

Il doppio LP uscì nella primavera del 1975 e rimase per un poco nelle vetrine dei negozi, come ci informa Franco Anderlini.

È l'anno in cui Francesco Guccini scrive “Le belle domeniche”: “Sono già sette giorni che aspetti la festa per stare più a letto al mattino / Alla sera hai bevuto, hai male alla testa e in bocca sapore di vino / Accendi una cicca, ti brucia la gola e lei non telefona: "cosa si fa?" / Ti radi, ti lavi, ti cambi camicia, aspetti che chiami chi non chiamerà / La, la, la... / Poi quattro passi in centro, forse la incontro a messa / Gli amici, il calcio: "si perde, vuoi fare una scommessa" / Poi ritorni, è passata già mezza giornata e nessuno ha cercato di te / La, la, la... / La giornata ha già preso i colori serali è l'inverno ed il tempo è più breve / Coppie passano strette lontano sui viali camminando sui mucchi di neve / Fumi stanco e annoiato, aspettando qualcosa, ma ormai non telefona: "al diavolo lei!" / Rifai la cravatta, ti metti la giacca, aspetti che chiami chi non chiamerà / La, la, la... / Poi un salto dagli amici, oggi si fa una festa / La donna l'hai trovata, ma dopo cosa resta? / Ritorni annoiato, il giorno è passato e nessuno ha cercato di te / La, la, la.../ Dopo cena c'è un Cine italiano, il boccette, un ramino, un caffè: "tenga il resto!" / Domattina ti devi svegliare alle 7 ed a letto bisogna andar presto / Fumi l'ultima cicca sdraiato nel buio: "Quest'altra domenica la devo vedere!" / E del giorno ti resta il vestito da festa e una noia che è amica con te / E del giorno ti resta il vestito da festa e una noia che è amica con te / La, la, la...”..

***

A fianco del palazzo in cui aveva sede il "Grande Italia" si apre una lunga strada, Corso Adriano, una strada "moderna" con case ben allineate. Ma un tempo non era affatto così.

Corso Adriano fu infatti realizzato tra 1843 e 1850 abbattendo due contrade fatiscenti, Pelatore e Lucchina (fu atterrato un centinaio di case), per mettere in comunicazione in linea retta Largo di Porta Bologna con il piazzale davanti a San Pietro (la demolizione di una terza contrada, chiamata Mangano, fu realizzata solo nel 1868). La strada prende il nome da una base di statua con iscrizione in onore dell'imperatore Adriano venuta alla luce nella via adiacente, Rua Pioppa, durante i lavori di abbattimento, collocata ora nella campata nord-ovest del Museo Lapidario Estense.

Era quindi un punto della città malsano, simile per molti aspetti alla Modena che descriveva crudelmente Alessandro Tassoni all'epoca della Secchia Rapita.

Modona è una città di Lombardia / che nel pantan mezzo sepolta siede, / ove si suol smerdar da capo a piede / chi s'imbatte a passar per quella via / … Ha una torre, che pare / un palo capovolto; e le contrate / corron di fango e merda a mezza state / buie ed affumicate / con portici di legno in sui balestri, / e cattapecchie e canalette e destri, / e sui canti maestri / e ai fianchi de le porte in ogni parte / masse di stabbio vecchio inculte e sparte”.

Una città piccola, di cui Francesco Sossaj nella sua Modena descritta (1841) ci dà le dimensioni: "Stato della popolazione verificatosi alla fine del 1840. Uomini 13.017. Donne 13.338. Totale 26.405 anime compresi 75 Protestanti svizzeri e 1.269 Ebrei ... Contiene centocinquantacinque spazij pubblici classificati in 10 corsi, 13 strade, 58 contrade, 13 piazze o piazzali, 35 vie e 26 vicoli… case numerizzate 1872".

Sarà soltanto l'abbattimento delle mura tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento a produrre l'allargamento della città, così come saranno gli sventramenti per costruire Piazza XX Settembre, Piazza Mazzini, il Mercato coperto di Via Albinelli, Piazza Matteotti, e poi i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, a modificare il centro storico.

I lavori per abbattere gli edifici malsani e ricostruire l'isolato come oggi lo vediamo durarono a lungo, e “Il Ministero della pubblica economia ed istruzione fece nella stessa (strada), con disegno del prof. Cesare Costa, costruire un palazzo che doveva servire a caffè e trattoria, e abitazioni particolari, accessibile, per mezzo di un cavalcavia elegante, anche dal passeggio delle mura. Ora, acquistato dalla Provincia, serve ad essa, a suoi uffici, e a quelli della Prefettura. Bisognerebbe averlo visto coi proprii occhi per credere quanto fosse lurido l'aspetto di quelle abitazioni, verso le mura particolarmente! Dalla fabbrica delle pignatte, al macello e al mondezzaio, tutto quanto v'ha di più rozzo vi era rappresentato, colla decorazione delle conseguenze dell'indolenza. Certe case poi della camera ducale erano così addossate al terrapieno, che le imposte delle finestre, avendo i ganci sul parapetto, arrovesciate su di esso, servivano di ponticelli levatoi per accedervi” (così scriveva il conte Luigi Francesco Valdrighi nel 1880 nel suo Dizionario storico-etimologico delle contrade e spazii pubblici di Modena). Le case erano quindi a brevissima distanza dalle mura, ormai soltanto terrapieni su cui passeggiavano i modenesi.

***

Scendendo verso la chiesa di San Pietro, all’incrocio con via Gallucci (o dei Gallucci, forse, ma non è certo, nome derivante da una antica famiglia bolognese) ci si imbatte in un piazzale dal nome curiosamente straniero: Largo Hannover (ci permettiamo di dubitare che i giovani che trascorrono lì le serate conoscano i motivi di questa denominazione).

Ci informa il conte Luigi Forni, autore nel 1844 assieme al marchese Cesare Campori di uno straordinario libretto intitolato Modena a tre epoche, suddiviso in tre capitoli: Modena cento anni fa, Modena nel 1844, Modena fra cento anni: “Dietro il piazzale di Porta Bologna avvi il fabbricato fino al giorno d'oggi conosciuto col nome di Stalle di Annover, perché destinato pel servizio della Principessa di Annover. Allorquando il Duca Rinaldo sposò la Principessa di Annover o Brunswick venne in Modena la Principessa Benedetta sua madre unitamente all'altra sua figlia Amalia, che poi montò sull'imperiale trono austriaco, e soddisfatta di trovarsi in compagnia della figlia, e del Duca che le usava ogni riguardo, dimorò tra noi per vari anni. Il fabbricato suddetto conservò poi sempre il nome di Annover”.

La questione della presenza tedesca in Corso Adriano è un poco più complessa e riguarda la ragion di Stato: Rinaldo era nato nel 1655, ultimogenito di Francesco I, e fu avviato alla carriera ecclesiastica. Divenne cardinale nel 1688 e partecipò ai conclavi del 1689 e del 1691. Ma la dinastia Estense stava per estinguersi perché il duca Francesco II non aveva figli (morì nel 1694). Il 21 marzo 1695 papa Innocenzo XII accettò allora le dimissioni dalla carriera ecclesiastica di Rinaldo consentendogli di succedere al trono di famiglia per preservare la casata d'Este al trono di Modena.

L'anno successivo, l'11 febbraio 1696, fu celebrato il matrimonio con Carlotta Felicita di Brunswick e Lüneburg, e forse per recuperare il tempo perduto Rinaldo procreò sette figli, fra cui Francesco III che gli succedette nel 1737 (Carlotta era nata nel 1671 e morì nel 1710).

La piazzetta alberata, come tutta via Gallucci, è frequentatissimo (con comprensibili lamentele dei residenti) luogo di ritrovo. I modenesi di una certa età ricordano che dove oggi trova spazio "Lo Stallo del Pomodoro" aveva sede l’“Industria del Gelo”, che riforniva di barre di ghiaccio tutta la città.

Il nostro percorso si chiude davanti alla chiesa e al monastero di San Pietro, nella piazzetta ampliata nel 1715, dove si innalza la Croce di San Pietro, del XIV secolo, sulle cui braccia sono rappresentati da un lato Cristo crocifisso e dall'altro San Pietro, qui posta nel 1546 da una precedente collocazione presso la casa del tintore Giacomo Castelvetro in contrada Saragozza, come ricorda il cronista Tommasino Lancellotti.

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com