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“Ci vediamo all’osteria” Vino, briscola e chiacchiere nelle locande di Modena

Storie di incendi, di insegne, di locande scomparse nella città del lambrusco


MODENA. Come in tutte le città e in tutti i borghi anche Modena era piena di osterie. Il cronista Lancellotti ci racconta ad esempio che il 26 febbraio 1523 "li oratori parmexan che vano ala santità del nostro signor papa Adrian a Roma sono alozati ala hostarìa del Nacho in el borgo de Citanova", o che venerdì 10 marzo 1526 "da hore 4 de note venendo adì 11 ditto se atachò el fogo in la stala dela hostarìa del Monton in suxo la strata Claudia alo incontro dela Pilizarìa, la quale casa si è d ...

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MODENA. Come in tutte le città e in tutti i borghi anche Modena era piena di osterie. Il cronista Lancellotti ci racconta ad esempio che il 26 febbraio 1523 "li oratori parmexan che vano ala santità del nostro signor papa Adrian a Roma sono alozati ala hostarìa del Nacho in el borgo de Citanova", o che venerdì 10 marzo 1526 "da hore 4 de note venendo adì 11 ditto se atachò el fogo in la stala dela hostarìa del Monton in suxo la strata Claudia alo incontro dela Pilizarìa, la quale casa si è de ser Francesco Maria de ser Nicolò di Bianchi, in la quale g'era alozati certi Francexi; se dice g'è bruxati circha 20 cavali e 4 persone e per doe hore fu uno grande foco".

Le osterie, dove si faceva fuoco per scaldare gli avventori o cucinare, prendevano spesso fuoco. Così accadde ad esempio il 21 dicembre dell'anno successivo: "Bruxò in el borgo de Salexè la note pasata la hostarìa de Simon Bianchin che era alo incontro del palazo de miser Zan Batista Valentin per causa de Guasconi che g'erano alozati".

Ma potevano anche essere luoghi di risse o di delitti: "1526 8 novembre. Adì ditto la note pasate fu morte ser Polo Remengardo in casa sua da la hostarìa da l'Anzelo in Modena, se dice da uno suo zenere montanare el quale ge steva in casa, lui e la fiola, e non g'era la sua dona né fioli, et ge ha dato asaisime ferite et era in mezo la camera nudo" o peggio ancora fonte di mortalità diffusa: "1527 24 settembre. Avendo la magnifica Comunità de Modena deputato doe hostarìe de fora in li borgi per alozare forasteri, una al palazo del Valentin in el borgo de Salexè et una da San Lonardo in casa del Sadoleto in el borgo de Citanova, in questo ultimo quarto dela luna de agosto se g'è scoperto la peste e morte persone in dite doe hostarìe et s'è scoperta in alcuni altri lochi dentra e de fora dala cità".


Queste osterie avevano certamente un'insegna che le indicava al viaggiatore, come segnala anche il Vocabolario dell'Accademia della Crusca (1612). Chi lo consulta alla voce Insegna trova questa definizione: "Quel segno, rappresentato da figura, che si suol mettere su certi negozj o botteghe, per distinguer ciascuna di esse dalle altre consimili".
Ce lo testimoniano Boccaccio nella nona giornata del Decamerone:
 

"Il quale Simone allora a bottega stava in mercato vecchio alla insegna del mellone", Benvenuto Cellini nella Vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta per lui medesimo: "Questa osteria aveva per insegna un sole dipinto in mezzo due finestre di color rosso", e perfino Alessandro Manzoni nei Promessi sposi: "Entrò in un usciaccio, sopra il quale pendeva l'insegna della luna piena".

***

Nessuna insegna delle osterie modenesi è sopravvissuta.

Possiamo però ricostruirne alcune grazie al saggio (Le osterie di una volta) che Orianna Baracchi scrisse nel 1979, mettendo a frutto le sue ricerche all'Archivio Storico del Comune di Modena, per Immagini di vita modenese che le Edizioni Aldine pubblicarono a cura di Giordano Bertuzzi. Orianna (mi permetto di chiamarla così perché mi fece da maestra privata quando persi per malattia alcuni mesi di scuola alle elementari) iniziava il suo lavoro così: "Modena è terra di vini, e dove c'è vino ci sono osterie".

Osterie che si facevano concorrenza con insegne in legno o in metallo lavorato, i cui progetti la Commissione d'Ornato doveva valutare sulla base di disegni spesso approssimativi.

Abbiamo così All'Insegna dell'Arlecchino. Si vende vino. Osteria di Luigi del Monte, che l'oste presenta nel 1834 perché vuole trasferire la sua attività (gestiva un'osteria chiamata Il Puricinella in Rua del Muro) in Via Carteria: evidentemente le maschere di carnevale lo affascinavano! Autorizzazione concessa, purché non sporga più di due braccia dalla facciata.

Domenico Scapinelli nel 1831 vuole aprire un'osteria in Via Scarpa chiamandola Al Leone. Un leone che spicca un balzo, ma la scritta sottostante assicura: "Vino buono".

Ma le osterie fungevano spesso anche da albergo, come ci ricorda l'insegna (1837) del Pescatore in Via Caselle.

Le proposte d'insegna erano spesso approssimative, con una ortografia che lasciava a desiderare: non sappiamo se la Commissione d'Ornato abbia usato la matita blu! Fuori di Porta Castello, ad esempio, nel 1834, il proprietario vuole aprire una osteria con alloggio, con una insegna che recita: "Al Naviglio s'allogia". Ma anche lo Scudo d'Oro non scherza, nello stesso anno: "Albergo del Scudo d'Oro con stallatico", come pure lo Scudo di Francia in Via Pescheria (ora Via Francesco Selmi), la cui insegna "Al Scudo di Francia s'allogia" il locandiere Campedelli ottiene di esporre nel 1829.

Lo stallatico era fondamentale per poter attirare i clienti, anche se esistevano attività che fornivano soltanto biada per i cavalli, come testimonia l'insegna dello Stallatico in contrada Mallora "Alla Fortuna" del 1837.

Erano insegne di piccole o di grandi dimensioni: quella dell'Albergo del Pellegrino in Via Sant'Agata (1863) era alta m 1,20, come forse lo era l'insegna dell'Albergo San Marco.

L'Unità d'Italia cambia la moda: nel 1861 Giuseppe Giusti, che ha una locanda in Via Fonte d'Abisso, la vuole chiamare Locanda della Italia: un’Italia con la corona in testa, la bandiera nella destra, lo scudo sabaudo, una cornucopia ai suoi piedi. In Via Gallucci del resto un bersagliere costituiva l'insegna dell'osteria.

Torniamo alle osterie.

Prima ancora del saggio di Orianna Baracchi, il 2 febbraio 1970, due modenesi, Geminiano Benatti e Manfredo Vaccari-Giglioli, pubblicarono un rarissimo opuscolo, Osterie di Modena, per una serata del Lions Club che aveva come tema "Cose di casa nostra".

***

“Da noi a Modena l'osteria era la bottega dove si beveva il vino, il nostro vino: il lambrusco. Soltanto più avanti si cominciò in qualche locale a vendere la brusca (la grappa), in altri si cominciò a fare il caffè (con la cuccuma), e in altre ancora si iniziò la vendita del Marsala, del Chianti e via via dei vini piemontesi e pugliesi. I nostri nonni, fossero stati artigiani o professionisti, contadini o negozianti, all'osteria andavano per bere il vino e per fare la partita a briscola o a cotecchio … O nostalgia dei bei tempi andati e di quegli indimenticabili ubriachi che, in fondo, non disturbavano nessuno … In una città di nobili tradizioni liriche, come la nostra, proprio da questi simpatici beoni abbiamo udito le più belle romanze di Verdi o di Puccini … Chi di noi non ha sentito il famoso "duetto della barella" della Forza del destino, pezzo d'obbligo e di bravura dei veri bevitori emiliani?".

Benatti e Vaccari-Giglioli completano l'opuscolo con un lungo e dettagliato elenco di osterie modenesi.

Io ne ricorderò qui soltanto due, in memoria di mio nonno Arturo.

Una era l'osteria di Porta Castello, "l'ustarìa in do as bav un tant a l'ora". Si pagavano 25 centesimi e si beveva fino alla "sbronza" servendosi da soli nel mastello che era sotto la botte.

L'altra era "Murandòun", in quella che era Via Attiraglio, accanto al Naviglio, dove poi fu realizzato il ristorante "Al Boschetto".

Il nome derivava dal proprietario, un Morandi di notevoli dimensioni. Lì mio nonno e i suoi fratelli, e i loro amici quasi tutti facchini, la domenica pomeriggio giocavano a carte, a bocce; poi si beveva e si cantava l'opera (dopo aver ben bevuto!).

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

(5, continua)

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