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C'era una volta a Modena: alunni e maestri del secolo scorso

Dagli istituti religiosi o privati dell'Ottocento alla nascita della moderna rete scolastica: Rolando Bussi ci accompagna nel racconto di come la città ha istruito i propri figli.

MODENA. Mio nonno, nato nell’Ottocento, di professione facchino, parlava solo in dialetto; sapeva contare i soldi della pensione, ma era analfabeta. Mio padre, nato nel 1916, aveva fatto la seconda elementare; mia madre, nata nel ’20, era più colta: era arrivata alla quinta. Io mi sono laureato.
Un percorso che hanno seguito moltissime famiglie modenesi, andando di pari passo con le trasformazioni sociali ed economiche di una città che nel dopoguerra ha saputo risalire la china e raggiungere ...

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MODENA. Mio nonno, nato nell’Ottocento, di professione facchino, parlava solo in dialetto; sapeva contare i soldi della pensione, ma era analfabeta. Mio padre, nato nel 1916, aveva fatto la seconda elementare; mia madre, nata nel ’20, era più colta: era arrivata alla quinta. Io mi sono laureato.
Un percorso che hanno seguito moltissime famiglie modenesi, andando di pari passo con le trasformazioni sociali ed economiche di una città che nel dopoguerra ha saputo risalire la china e raggiungere livelli molto elevati, e non solo economici, come dimostrano i vari poli scolastici.

Alunni e maestri del secolo scorso: i modenesi a scuola nelle immagini di "C'era una volta a Modena"


Il sistema scolastico modenese nella seconda metà dell’Ottocento era diviso rigorosamente tra scuole maschili e femminili (durerà a lungo, e ancora negli anni Sessanta al "Muratori" la A era solo maschile!), con pochissimi fondi, classi numerosissime, maestri pagati a livello di braccianti, insegnanti precari. L'istruzione in varie forme era ancora privata, spesso gestita da congregazioni religiose.
A parte il Seminario arcivescovile, che fu trasformato in ospedale durante la Prima guerra mondiale, occorre ricordare almeno l'Istituto Salesiano “San Giuseppe”, attivo fino al 1988, l’Istituto delle Dame Orsoline Missionarie del Sacro Cuore in Via Ganaceto, le Suore Domenicane in Via Belle Arti. Qui si preparavano le maestre d’asilo, con programmi d'insegnamento ancora ottocenteschi pochi decenni fa.


Ricordo in un’estate afosa che le prove pratiche per l'esame finale, che presiedevo, consistevano nel realizzare pupazzi costruiti con il Pongo (si scioglievano per il caldo!) e soprattutto, prova più complicata, nel cucire una taschina in un grembiule.

L'Istituto Sacro Cuore di Modena, nato come piccolo pre-seminario per pochi studenti, divenuto poi Collegio per allievi interni ed esterni con la scuola elementare e ginnasiale, è legato al nome di monsignor Luigi Della Valle, che aveva fondato nel 1890 il Ricreatorio del "Paradisino".
Ricordiamo ancora le Figlie di Gesù di Via del Carmine e l'Istituto sordomute di Corso Cavour fondato nel 1828.
Ancora agivano istituzioni come il San Filippo Neri in Via Sant'Orsola, o il Patronato per i Figli del Popolo, di matrice invece laica.


Nel 1898 sorgerà per iniziativa del Comune una Scuola Normale Femminile (cioè un istituto magistrale), in cui insegnò per tre anni Emilia Santamaria, moglie dell'editore A. F. Formiggini, e una per i maestri maschi nacque nel 1909. Pochi però furono sempre i maestri maschi, e del resto ancora nel 1968, quando appena laureato andai a insegnare al "Sigonio", i miei bravissimi colleghi Albano Biondi, Luigi Amorth, Romolo Marri … contavano sulle dita di una mano gli allievi (ma c'erano passati Francesco Guccini e Luciano Pavarotti, rimandato un anno in Canto!).
Era stata la legge Coppino del 1877 a cercare di modificare il mondo della scuola, e l'Articolo 1 suonava così: "I fanciulli e le fanciulle che abbiano compiuta l'età di sei anni, e ai quali i genitori o quelli che ne tengono il luogo non procaccino la necessaria istruzione, o per mezzo di scuole private ai termini degli articoli 355 e 356 della legge 13 novembre 1859, o con l'insegnamento in famiglia, dovranno essere inviati alla scuola elementare del Comune.
L'istruzione privata si prova davanti all'autorità municipale, colla presentazione al sindaco del registro della scuola, e la paterna colle dichiarazioni dei genitori o di chi ne tiene il luogo, colle quali si giustifichino i mezzi dell'insegnamento.


L'obbligo di provvedere all’istruzione degli esposti, degli orfani, e degli altri fanciulli senza famiglia, accolti negli Istituti di beneficenza, spetta ai direttori degli istituti medesimi: quando questi fanciulli siano affidati alle cure di private persone, l'obbligo passerà al capo di famiglia che riceve il fanciullo dall'istituto".
Era un primo passo fondamentale, più sulla carta, a dire il vero. A seguire sarà la riforma Gentile del 1923 a incidere profondamente, in una visione elitaria e borghese della scuola, dove la IV e la V ginnasio del Liceo Classico erano la prosecuzione di una Scuola media a cui si accedeva soltanto per esame, un liceo da cui si poteva accedere a tutte le facoltà (al Liceo Scientifico, inizialmente di 4 anni, era consentito solo l'accesso alla facoltà di Medicina e a quelle scientifiche).


La "Carta della Scuola" di Giuseppe Bottai del 1939, che per la guerra restò in gran parte non attuata, rivoluzionava la scuola in chiave fascista: "Il fine della presente riforma è quello di trasformare la scuola, che è stata finora possesso di una società borghese, in scuola del popolo fascista e dello Stato fascista: del popolo che possa frequentarla; dello Stato che possa servirsene per i suoi quadri e per i suoi fini".
Il dibattito alla Costituente è riassunto nelle parole di Aldo Moro: "Ogni individuo ha pieno e uguale diritto all'educazione e all'istruzione, un diritto indispensabile al graduale sviluppo della personalità. Se questo diritto non fosse concesso al fanciullo, sarebbe compromessa quella formazione dell'uomo che sta alla base di una Costituzione democratica". Ma sarà soltanto la riforma della Scuola media unica del 1962 a realizzare almeno in parte e in ritardo il dettato costituzionale.
Fino agli anni cinquanta le scuole elementari erano collocate sulla cerchia dei viali, dalle "Campori" alle "De Amicis" alle "Pascoli" (chissà perché per i Modenesi le scuole sono sempre al plurale!), e negli anni trenta si costruirono le prime scuole in periferia o nelle frazioni. Mia nonna mi accompagnava tutte le mattine da Via Nonantolana alle "Paolo Ferrari" nella via omonima (vedevo la scuola dalla finestra, ma in mezzo c'era la ferrovia), e ricordo il 9 gennaio 1950 perché in quell'eccidio lì vicino, alle "Fonderie Riunite", morì Angelo Appiani, che abitava vicino a casa mia, e la scuola fu chiusa per diversi giorni. Due soltanto erano nel dopoguerra le scuole medie: le "Carducci", che erano ospitate nel convento di San Pietro, e le "Paoli", in Via Grasolfi. Luoghi infelici, inadatti. Il vecchio convento dei Gesuiti che dall'anno scolastico 1860-1861 in Via dei Servi ospitò il Regio Ginnasio-Liceo, nel 1865 intitolato a Ludovico Antonio Muratori, ospitava anche in Via Francesco Selmi la "Bassa Macelleria", un'istituzione comunale per i poveri, e poco più avanti trovava posto nei sotterranei il deposito dei carretti degli spazzini.


Il Liceo Classico "San Carlo", pareggiato nel 1862 alle scuole statali e diventato nel 1970 liceo statale a tutti gli effetti, affonda invece le sue radici in un’istituzione culturale di illustri ascendenze, come pure l'Istituto Statale d'Arte "Adolfo Venturi", sorto in seguito alla trasformazione degli Istituti e delle Accademie di Belle Arti nel 1923, e che trova la sua origine nel 1785, quando Ercole III decise di far nascere una regolare Scuola di Belle Arti, che fu poi denominata Accademia Atestina di Belle Arti.


A Modena tra Ottocento e Novecento si aprirono alcuni istituti tecnici e/o professionali. Nel 1866 per iniziativa di "pochi volonterosi" venne istituita una scuola di Commercio, Amministrazione e Ragioneria; nel 1867 si aprì un secondo Istituto con due sezioni: Agronomia e Agrimensura, e Costruzioni e Meccanica, e nello stesso anno le due scuole si fusero in un unico Istituto, uno dei 47 allora esistenti nel Regno d'Italia, assumendo poi nel 1883 il nome di "Jacopo Barozzi". La nuova sede in Viale Monte Kosica venne inaugurata nel 1958, e nel 1961 si costituirono l'Istituto Tecnico Commerciale "Jacopo Barozzi" per ragionieri e l'Istituto "Guarini" per geometri, con presidenze separate. Ancor prima, nel 1863, il Comune aveva istituito una scuola tecnica, divenuta poi via via Scuola di Avviamento Commerciale "G. Andreoli" e poi dal 1959 Istituto "C. Cattaneo".
L'attenzione verso l'istruzione professionale è confermata nel 1917 dall'apertura nel Patronato dei figli del Popolo di una Scuola Comunale delle Calzature Economiche, e soprattutto dalla decisione di istituire la Regia Scuola Popolare Operaia "Fermo Corni". Demolita dai bombardamenti, ricostruita nel dopoguerra, ha costituito e costituisce tuttora un punto di riferimento fondamentale per il lavoro.
Difficoltà serie ebbe l'Università dopo l'Unità d'Italia, allorché le università furono suddivise tra maggiori e minori, e in quest'ultimo gruppo finì quella di Modena, che fu riqualificata soltanto nel 1887. Addirittura nel 1923 si parlò di una possibile soppressione per il ridotto numero di studenti. Fu declassata, e soltanto nel 1936 fu ricollocata nella categoria "A".


Due laureati particolari ebbe l'Università nel 1923, come ricorda Giuliano Muzzioli nel suo Modena. Uno si chiamava Roberto Farinacci, segretario nazionale del PNF, ministro, fucilato il 28 aprile 1945, che per un esame aveva elaborato una tesina dal titolo: "La somministrazione dell'olio di ricino è da considerarsi, dal punto di vista giuridico, un reato contro la persona?".
L'altro si chiamava Sandro Pertini.
P. S. Mi sia concesso di ricordare due persone: Liliano Famigli, assessore alla Pubblica istruzione dal 1964 al 1980, e Sergio Neri, che ricoprì dal 1971 al 1987 l'incarico di Coordinatore per le scuole dell'infanzia del Comune di Modena. A loro si deve la rete delle scuole comunali dell'infanzia della nostra città.