Enrica un "angelo" tra gli animali de "Il Pettirosso" di Modena

La laurea in Medicina, poi come in una favola la decisione di dedicarsi alla fauna selvatica

MODENA Quando arrivo Enrica è impegnata. Normale amministrazione. Dubito ci sia un momento della giornata in cui riesca a tirare il fiato. Il compito che ora l'assorbe è poco felice. Insieme al veterinario cerca infatti di capire se il giovane capriolo trovato agonizzante è morto a causa dell'attacco da parte di uno o più cani oppure se a ferirlo sono stati i lupi (ipotesi poi scartata). La osservo in silenzio.


Ho già incontrato Enrica Rosti qualche anno fa. Una stretta di mano, un breve scambio di battute. Sempre qui, al Centro fauna selvatica sulla Nonantolana. Fondato e guidato con mano fermissima da Piero Milani, il Pettirosso è conosciuto ovunque da molti.

Enrica invece, che della salvaguardia della fauna selvatica ha fatto la sua missione di vita, credo la conoscano in pochi.
Molti l’avranno vista sui quotidiani. Mai però da protagonista. Il ghiro che tiene tra le mani, l'aquila reale uccisa da bracconieri cattivi sino al midollo, il rapace pronto a riconquistare la libertà, il cervo salvato in extremis: sono sempre loro gli attori principali.
Volto quasi sempre impassibile, Enrica della luce dei riflettori proprio non sa che farsene. Ammiro la dedizione di questa donna silenziosa e tenace.
Ma Enrica è anche una delle persone più sensibili che io abbia avuto il piacere di incontrare. Una bellezza d'animo che in pochi possono vantare. Anche perché chi la possiede mai se ne vanta.

Enrica Rosti, l'angelo modenese che cura gli animali


Come sei entrata in contatto con il Pettirosso la prima volta?
«È successo quattordici anni fa. Consigliata da alcuni amici, ho portato al centro il "classico" uccellino. Quasi implume, forse caduto dal nido, l'avevo raccolto a San Cesario. Ero convinta che qui se ne sarebbero presi cura finché non fosse stato in grado di volare. Quando arrivai, Piero mi allungò un sacchetto e poche parole. "Questo è il cibo. Noi lo ricoveriamo. A te l'onore e l'onere di nutrirlo ogni giorno". Poi mi spiegò tutto ciò che avrei dovuto fare. Dall'uccellino sono quindi passata a sei ricci e…».
E da qui non te ne sei più andata.
«Infatti. E dire che in principio non distinguevo un gufo da una civetta. Piero mi ha insegnato moltissimo. Condividiamo gli stessi obiettivi ma tra noi non sono sempre rose e fiori. Discutiamo spesso. O quasi».
Prima di conoscere Milani erano però altri i tuoi obiettivi.
«Sì, anche se forse non avevo le idee del tutto chiare. Dopo la maturità scientifica navigavo nell'indecisione. Volevo iscrivermi a veterinaria ma avrei dovuto lasciare Modena. Provai quindi con la facoltà di medicina, ma non riuscii ad entrare. Al secondo tentativo la mia tenacia fu premiata. Ero orientata verso il pronto soccorso e la chirurgia pediatrica. Ma, soprattutto a causa di ragioni personali, il mio percorso di studi si è rivelato burrascoso. Dulcis in fundo, ad un passo dalla discussione, cancellai per sbaglio la tesi. Ore e ore di lavoro sparite nel nulla. Sono diventata matta. L'ho riscritta da cima a fondo in una notte. E mi sono laureata».
Quale è stata la reazione della tua famiglia nel momento in cui hai deciso di sposare anima e corpo la causa del Pettirosso rinunciando al camice da medico?
«Quando ho capito che questa era la mia strada, i miei genitori non hanno preso la notizia con un sorriso. È comprensibile, da un certo punto di vista li avevo prima illusi, poi delusi. Il mio cambio di rotta si è rivelato un boccone amaro, difficile da digerire».
 

«Ma con il tempo ho conquistato la loro stima. Hanno capito e ora mi sostengono. E questo per me è importante, nei momenti più duri mi aiuta a non arrendermi».

Poco fa ti osservavo mentre ispezionavi il capriolo ferito a morte. Eri molto professionale, distaccata. Ma quando ti ho chiesto di raccontarmi la triste storia dell'aquila reale impallinata dai bracconieri ho letto nei tuoi occhi commozione e sofferenza.

«È stata trovata da un cacciatore a San Giacomo di Zocca. In pessime condizioni, ma ancora viva. Nonostante le cure, l'aquila non ce l'ha fatta. Abbattuta in modo deliberato. Un gesto di pura crudeltà senza alcuna giustificazione. Ogni volta che non possiamo salvare un animale lo sconforto è in agguato. Ma per quanto difficile, restare lucidi è necessario. Distrarsi è pericoloso. La fauna selvatica concede infatti un'unica possibilità: se la manchi, non avrai una seconda occasione. L'unico modo per proteggere gli animali dall'uomo è rispettarne l'indole. Bisogna mantenere la giusta distanza. Abituarli alla nostra presenza è un errore. Come puoi non affezionarti a questa tenerissima faina? Lo so, vorresti portartela a casa. Beh… per lei sarebbe una condanna».

Il rispetto dell'identità di un animale, delle sue esigenze, della sua libertà: ecco il vostro primo pensiero. Il che significa tenere a freno le proprie emozioni senza mai concedersi una tregua. Eppure le separazioni feriscono. Come riesci a sopravvivere?

«Senza dubbio riconsegnare un animale al proprio habitat lascia un profondo vuoto emotivo. Provate a immaginare che cosa si prova ad accudire un giorno dopo l'altro un capriolo di soli sei etti per poi liberarlo nel bosco quando di chili ne pesa venti di più. Ogni volta è un'emozione bella e fortissima. Ma anche un po' straziante. Tempo da dedicare al rimpianto? Non ne abbiamo. Per ogni esemplare restituito a madre natura ve ne sono infatti altri dieci in arrivo. E così si va avanti senza cedere al cuore. Con qualche sporadica concessione».

Che cosa ti mette a disagio del tuo lavoro?

«Anestetizzare gli animali con il fucile. Ho imparato a sparare e ho preso il porto d'armi. Ma ogni volta per me è un trauma. Spesso però non esiste alternativa. Come separi due cervi di duecento chili l'uno che durante un combattimento si ritrovano con i palchi incastrati? Li addormenti sparando».

Un'esperienza vissuta in prima persona?

«Impossibile da dimenticare. Continuavano a rotolare, rotolare… Sembravano inarrestabili».

Immagino che sette giorni su sette tu sia costretta a fare i conti con il timore di sbagliare.

«Sì, è così. Succede spesso di avere paura. La paura di sbagliare è qualcosa con cui devi confrontarti, è fedele compagna del nostro quotidiano. La fauna selvatica è delicata, rimediare ad un errore il più delle volte non è possibile. Quando sono andata in soccorso del mio primo daino ero davvero terrorizzata».

Dal tuo punto di vista chi è il volontario?

«Una persona affidabile, disponibile, motivata. Non importa se non sai che la puzzola appartiene alla famiglia dei mustelidi. L'esperienza insegna. Ma lavorare qui è faticoso e richiede un impegno costante. Durante l'inverno il freddo non concede un attimo di pace, nei mesi estivi il caldo è opprimente. E se ricevi una telefonata alle tre di notte devi rispondere. Con la consapevolezza che, molto probabilmente, dovrai uscire di casa alla velocità della luce».

Anche gestire la stupidità umana richiede una buona dose di pazienza e abnegazione.

«Se l'uomo non esistesse, il Pettirosso perderebbe la propria ragion d'essere. Una verità che Piero non manca mai di ribadire. Sebbene non sempre agisca in malafede, l'uomo è causa di sofferenza. Adottare un animale esotico per poi accudirlo come se fosse un cane o un gatto: ecco un esempio di ignoranza dannosa e purtroppo sempre più diffusa».

Ogni tanto vai in vacanza? «Capita. E' però assai raro che le mie ferie superino i tre, quattro giorni consecutivi».

Riesci a conservare del tempo per la vita privata? Amore, amici…

«Poco. Il mio tempo è dedicato al centro. E quando non sono qui, sono a casa con i miei tre cani, due gatti e tre furetti».

Hai mai urlato, magari un urlo muto, "non ne posso più"?

«Innumerevoli volte. Ho anche pensato di lasciare l'Italia per l'Africa o l'Australia. Ma rimangono sempre e solo pensieri che deragliano nel sogno».