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Ricostruzione agricola, le aziende rifiutano i lavori

Tempi troppo stretti per avviare e concludere cantieri milionari entro ottobre Progetti ingolfati negli uffici pubblici, i contributi rischiano di non essere liquidati

Non c’è soltanto l’impellente scadenza delle pratiche Sfinge sulla ricostruzione del comparto produttivo (i progetti vanno caricati entro fine mese e non ci sarà più alcuna proroga); tra i tecnici privati si sta infatti allargando il timore relativo alla conclusione della ricostruzione agricola, che coinvolge le strutture legate alla produzione in campagna. Entro ottobre i cantieri andranno completati, come imposto dall’Unione Europea, e a meno di sette mesi dalla scadenza la situazione è pi ...

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Non c’è soltanto l’impellente scadenza delle pratiche Sfinge sulla ricostruzione del comparto produttivo (i progetti vanno caricati entro fine mese e non ci sarà più alcuna proroga); tra i tecnici privati si sta infatti allargando il timore relativo alla conclusione della ricostruzione agricola, che coinvolge le strutture legate alla produzione in campagna. Entro ottobre i cantieri andranno completati, come imposto dall’Unione Europea, e a meno di sette mesi dalla scadenza la situazione è piuttosto complessa. Perché diversi progetti sono ancora vincolati al nullaosta dei Comuni (pratiche che viaggiano su Mude) o della Regione (i piani Sfinge) e i tempi diventano sempre più stretti. Ma c’è anche un altro elemento che tiene in apprensione quei tecnici, che devono coordinare i lavori sul campo. Si ha infatti notizia di alcune imprese, che messe di fronte alla scadenza vincolante, hanno scelto di non impegnarsi per il timore di non consegnare il cantiere completo. Se infatti il lavoro non sarà finito non si potrà neppure procedere con la rendicontazione e quindi salteranno i contributi, che i cittadini aspettano, innescando un default monetario a pioggia e che ricadrà sulla imprese stesse. Ed ecco, allora, la duplice strada ricca di ostacoli: l’impresa edile sceglie di accollarsi l’opera con il rischio di dover rifondere - semmai il vincolo fosse inserito nel contratto - tutta quella parte non più coperta dall’indennizzo statale; il proprietario ha paura di dover sborsare soldi di tasca propria e quindi si prepara un piano “B”, che punta a rivalersi su chi non gli ha permesso di avere il cantiere concluso a tempo debito.

Allo stesso tempo, considerando i tempi tecnici della liquidazione dei vari stati avanzamento lavori (Sal), alcune imprese vogliono partire con le spalle economicamente coperte, senza dover implorare un pagamento che - per una svariata serie di motivi - viene procrastinato di mesi, come del resto è stato più volte denunciato nel raccontare la sproporzione che esiste nel rapporto tra enti pubblici e committenti.

Fatto sta che le campagne della Bassa dovranno correre per completare la ricostruzione di strutture talvolta mastodontiche, che prevedono rimborsi di centinaia di migliaia di euro per fienili ricostruiti ex novo, con un dispendio di soldi in alcuni casi esorbitante rispetto allo stato dell’arte pre-terremoto. Ma questa è un’altra storia, che va archiviata tra le tante critiche emerse in quasi quattro anni di cambiamenti epocali nella Bassa ferita e distrutta e che adesso si trova a fare i conti con un altro conto alla rovescia.

Francesco Dondi