Quando il civico 1A indicava la “casa” del Duca di Modena

Il sistema della numerazione delle case da Ercole III fino all’ultimo riordino nel 1866 del sindaco Campori

Sarà capitato anche a voi di dovervi recare in una via ad un determinato numero civico e una volta arrivati a destinazione, trovarvi davanti tre o quattro numerazioni differenti. La cosa non è così insolita soprattutto in centro ed è dovuta al fatto che la suddivisione in quartieri della città e il seguente ordinamento progressivo della numerazione sono variati alcune volte nel corso dei secoli. L'opera di riordino più grande è stata compiuta nel mese di luglio del 1786 dall'allora Duca Ercole III che ideò il cosiddetto “piano per la mendicità”. La manovra consisteva nel censire le persone indigenti attraverso la numerazione delle case, detta così può suonare un po' classista, ma l'intento era in realtà molto nobile e cioè prendere coscienza di quante persone bisognose vivevano nella ricca Modena, per prendersene poi cura. I risultati del censimento decretarono l'esistenza di 6.637 poveri e 1872 case. Modena venne suddivisa in venti quartieri (Ritiro, Madonna del Paradiso, Ospitale, Case Nuove, San Barnaba, Sant'Eufemia, Beccaria, San Carlo, Chiesa Votiva, Ghetto, San Vincenzo, Monache Scalze, Palazzo Foresto, Santa Maria delle Asse, San Pietro, San Paolo, San Francesco, Santa Maria delle Grazie, San Salvatore, San Bartolomeo) seguendo una già esistente ripartizione legata alle sei parrocchie al tempo vigenti (San Domenico, San Michele della ducal chiesa di Santa Maria Pomposa, Cattedrale, San Biagio nel Carmine, San Giorgio in San Francesco, San Bartolomeo). Il numero civico era preceduto da una lettera (dalla A - che contraddistingueva la zona del Palazzo Ducale - alle U - che stava ad indicare la zona di San Bartolomeo), la sequenza numerica però non era quella odierna e cioè i pari da un lato e i dispari dall'altro, bensì una progressione semicircolare che partiva da un lato della strada, giungeva fino al fondo di essa per continuare sul lato opposto, proseguendo poi nelle strade parallele e laterali limitrofe restando, però, nei confini del quartiere. Questo metodo alquanto arzigogolato creò subito confusione in quelle zone centrali come Canalgrande e Canalchiaro e gran parte della via Emilia in quanto alcuni palazzi (vista l'ampiezza degli stabili) sconfinavano in altri quartieri. La casa con il numero 1 e contrassegnata con la lettera A era il Palazzo Ducale, mentre l'ultima casa di Modena era situata in vicolo Frassone al numero 1872 e contrassegnata con la lettera U. Furono anche stilate regole rigide per l'apposizione delle targhe alfanumeriche: la targa doveva essere di forma quadrata in calce o marmo, la lettera doveva sempre essere posta prima del numero, il numero (scritto in cifre arabe e non romane) doveva essere di colore nero o rosso a seconda del gusto del padrone di casa e prima di essere dipinto doveva essere scolpito nella targa, la quale targa doveva essere posta all'esterno del palazzo in un posto ben visibile a tutti. È superfluo dire che il regolamento prevedeva che i costi per la fabbricazione e apposizione della targa fossero ovviamente a carico del padrone dello stabile. Questa numerazione settecentesca rimase in vigore fino al 1866, quindi fin dopo l'Unità d'Italia, quando il sindaco Giuseppe Campori decise di adottare una numerazione singola per ogni strada e che seguisse il criterio, in vigore tutt'ora, di porre i numeri pari su un lato della via e i dispari sull'altro. Ma prima di arrivare a questo ulteriore riordino, le targhe fecero in tempo a mutare nella grafica nel 1855 quando in città scoppiò una grave epidemia di colera, e su esse apparvero simboli sacri seguiti dalla data della sciagura. Un immenso lavoro di riconversione di nomi e numeri è spettato agli impiegati del catasto ottocentesco, che hanno dovuto rinominare moltissime vie (Rua Grande diventò via Farini e via della Scimmia diventò via Nazario Sauro) e stravolgere la numerazione seguendo un criterio più facile, sbrigativo e moderno. Questa suddivisione dei numeri civici è stata successivamente ritoccata ed incrementata fino agli anni Venti del Novecento con la creazione di nuove strade e di nuovi quartieri nelle zone in cui la città si è sviluppata.

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