Brexit ed Europa: il fantasma che si aggira

 Il malessere, quel misto di sofferenza e insofferenza, che s’aggira fantasma per l’Europa colpisce, lui sì, senza confini. Come un filo invisibile che unisce le periferie...

MODENA. Il malessere, quel misto di sofferenza e insofferenza, che s’aggira fantasma per l’Europa colpisce, lui sì, senza confini. Come un filo invisibile che unisce le periferie riscoperte delle metropoli italiane e le contee del nord Inghilterra, nella confusione con cui vengono percepiti i mali quanto le cure; come un cappio che avvolge tutto ciò che tra istituzioni e governanti è avvertito come nemico: delle proprie residue certezze, delle proprie disperate speranze. In nome della paura (o della fobia) che il fiume dell’immigrazione non trovi argini e anneghi le ultime ambizioni di benessere individuale, si azzoppa un’idea già traballante di Europa, come si scarica su un governo nazionale o locale la colpa di una ripresa che non si avverte: perché non c’è o più semplicemente perché non significa che gli ascensori sociali abbiamo ripreso a salire.

FORTI E DEBOLI. Il “potere forte” contro il “cittadino debole”, o indebolito oltre misura: sia esso il banchiere di cui si dice comandi il continente, il burocrate che si annida ovunque e comunque allunga i tempi della risposta a un bisogno complicando il ginepraio delle leggi invece di sfoltire la siepe degli ostacoli, il politico che non si sottrae alla cultura (e alla coltura) delle clientele, dei favoritismi, della spartizione, del malaffare, dell’inefficienza. I sintomi di questa guerra intima e latente sono così diffusi che qualunque miccia od occasione può farli esplodere: che prendano corpo in protesta o in cambiamento, non fa molta differenza se non nello speech dei politici che pensano ancora di poterne domare l’impeto, bloccarne il contagio

DESTINI ED ESULTANZE. C’è chi esulta al pensiero dei popoli (come dei cittadini) che si riappropriano del loro destino, come se la delega e la democrazia rappresentativa fossero ferri vecchi: non usati male, ma inservibili. Senza comprendere che a muovere ogni rivoluzione, o presunta tale, è sempre e solo l’aumento a dismisura della disuguaglianza sociale: che non si riduce mai facendo da per sé, alzando steccati, né andando semplicemente tutti insieme in una piazza, reale o virtuale, a gridare in coro. Può farcela solo la politica vera: purché almeno se lo ponga come obiettivo, più importante di qualsiasi altro. E da tempo, e ovunque in questo vecchio e invecchiato occidente, non succede più.