Ospedale di Baggiovara, il paziente Zanoli scomparso e trovato mummificato: nessun colpevole

La procura di Modena richiede l’archiviazione e per la seconda volta c’è opposizione. Il corpo scoperto in un cavedio dopo due anni

MODENA. La procura per la seconda volta ha avanzato la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla morte di Primo Zanoli, il 64enne di Castelnuovo ricoverato a Baggiovara per un ictus, scomparso dal reparto dove era stato ricoverato, ricercato per anni e poi ritrovato morto, precipitato in fondo ad un vano tecnico all’interno dello stesso ospedale grazie ad investigatori privati.

E per la seconda volta la famiglia del deceduto, tramite il suo avvocato Lorenzo Muracchini, ha avanzato opposizione all’archiviazione del provvedimento chiedendo nuove indagini e che si proceda seguendo altre piste investigative.

Una storia infinita, che continua a fare scalpore: sono infatti ormai passati quattro anni e mezzo da quando Primo Zanoli scomparve dal letto dell’ospedale di Baggiovara, durante la notte tra il 30 e il 31 dicembre del 2011. Da allora si è indubbiamente indagato per capire come sia potuto accadere tutto quanto e chi fosse responsabile, e in che modo, di questa morte all’interno dell’ospedale. Eppure, e per la seconda volta, l’inchiesta apre concludersi con un nulla di fatto.

LA SCOMPARSA Per fare chiarezza conviene ripercorrere l’iter di questo caso. Zanoli, paziente agitato e confuso e che veniva sedato proprio per questo, scomparve in pieno inverno, vestito di una maglietta e di un pannolone. Iniziarono le ricerche, dapprima interne della vigilanza, poi tutte le forze dell’ordine più protezione civile setacciarono le zone esterne, le possibili vie di fuga. strade, incroci, campi.

La procura inizialmente iscrisse un procedimento tra i fatti non costituenti reato, non essendovi indicazioni certe che Zanoli non si fosse allontanato volontariamente dalla struttura. Scattò un successivo esposto della famiglia che riteneva improbabile, se non impossibile, che il 64enne si fosse allontanato dall'ospedale e dai suoi cari. Fu allora iscritto un procedimento contro ignoti avente come ipotesi di reato l'abbandono di persona incapace.

«Ma dopo un anno - spiega l’avvocato Muracchini - il pm dell'indagine provvedeva a richiedere l'archiviazione del procedimento, ritenendo che, dalle indagine effettuate, non emergesse alcuna responsabilità per l'abbandono di persona incapace e sostenendo che, non essendovi alcuna traccia del corpo, pur nella plausibile eventualità che il paziente fosse deceduto, non era possibile indagare alcuno per un'eventuale responsabilità colposa».

IL RITROVAMENTO Ci fu opposizione all’archiviazione che venne accolta dal Gip che ordinò nuove indagini. E poi il colpo di scena: il 30 ottobre del 2014 , dopo due giorni di attività, l’agenzia Sheridan, incaricata dall’Ausl su richiesta della famiglia, trovò il corpo mummificato di Zanoli in un cavedio, un vanno tecnico di aerazione in un’ala mai terminata dell’ospedale, vicino alle camere ardenti. Le indagini quindi ripresero,

«Fu iscritto nel registro degli indagati un tecnico dell'Ausl cui veniva contestato l'omicidio colposo di Zanoli - spiega Muracchini - sul presupposto che lo stesso custodisse le chiavi delle porte che dovevano escludere l'accesso di terzi ad un area mai completata dell'ospedale, l'area appunto in cui fu rinvenuto il 64enne».

Dagli accertamenti tecnici, fa notare Muracchini, è emerso che Zanoli morì per le ferite riportate nella caduta nel vano, vi era acceduto passando da una porta esterna, forse per cercare di rientrare all'interno dell'ospedale per ripararsi dal freddo, dopo che era uscito da una porta antincendio del reparto che non poteva essere riaperta dall'interno.

LA NUOVA RICHIESTA «Dopo quasi altri due anni il pm ora richiede l'archiviazione del procedimento _ prosegue Muracchini - ritenendo che non sia possibile stabilire con certezza chi dovesse vigilare sulla chiusura di quelle porte, se l'adozione delle misure di sicurezza adottate per impedire la caduta dall'alto in quel pozzo fossero soddisfacenti dei criteri di sicurezza».

La famiglia, tramite l’avvocato Muracchini, si è quindi opposta a questa seconda richiesta di archiviazione notificata l’11 giugno, stigmatizzando che la ricostruzione dei fatti emersa dall'attività d'indagine abbia tutti i connotati oggettivi e soggettivi per indurre la procura ad esercitare l'azione penale.

LA FAMIGLIA NON CI STA «Servirebbe un’azione penale che non deve, secondo la valutazione dei famigliari - afferma Muracchini che li rappresenta - essere diretta per omicidio colposo contro un incolpevole geometra, bensì coinvolgere altri operatori che non previdero piani efficaci di contenzione dei pazienti, l'adozione di cure e terapie idonee, quindi una vigilanza idonea ad evitare che un malato disorientato e afasico come Zanoli potesse uscire di notte senza poter rientrare all'interno del proprio reparto e trovare la morte in un area praticamente accantierata dell'ospedale».

Si chiede pertanto al Gip di disporre «un'indagine tecnica per verificare l'idoneità' dei mezzi di cura e di custodia adottati dal personale dell'ospedale per evitare che una persona come Zanoli potesse restare in balia di se stessa e trovare una morte atroce».