Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

Patto ’ndrangheta-Casalesi per il business terremoto in Emilia

Vennero usati professionisti estranei ai clan per avviare contatti e fare affari Processo Aemilia. Testimonianza del maresciallo Veroni: «Ma sono stati bloccati»

MODENA. Non c’erano soltanto le risate tra Gaetano Blasco e Antonio Valerio («È caduto un capannone a Mirandola», dice il primo. E Valerio ridendo risponde: “eh, allora lavoriamo là..”), che già segnalavano il tentativo della ’ndrangheta di infiltrarsi nella ricostruzione post terremoto. La lunga mano dell’organizzazione criminale calabrese aveva già stretto rapporti saldi con il clan dei Casalesi, per anni considerato il vertice delle infiltrazioni mafiose in terra Modenese. Ancor prima del ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti con meter e loggati

Paywall per contenuti senza meter

MODENA. Non c’erano soltanto le risate tra Gaetano Blasco e Antonio Valerio («È caduto un capannone a Mirandola», dice il primo. E Valerio ridendo risponde: “eh, allora lavoriamo là..”), che già segnalavano il tentativo della ’ndrangheta di infiltrarsi nella ricostruzione post terremoto. La lunga mano dell’organizzazione criminale calabrese aveva già stretto rapporti saldi con il clan dei Casalesi, per anni considerato il vertice delle infiltrazioni mafiose in terra Modenese. Ancor prima dell’operazione “Aemilia” e subito dopo le scosse nella Bassa, la stessa Direzione nazionale antimafia aveva sancito quell’accordo: «Il primo motivo - scrive la Dda - per fatti contingenti, (il terremoto), che hanno comportato la necessità della esecuzione di importanti opere pubbliche con relativi consistenti stanziamenti di denaro pubblico; il secondo, collegato alla particolare modalità di atteggiarsi del crimine organizzato in Emilia, che lo ha reso proclive a stringere accordi con la camorra casalese alle cui tipologie comportamentali la ’ndrangheta ha ritenuto di ispirarsi. Tutto ciò ha comportato l’ulteriore effetto del confondersi e/o fondersi delle modalità di comportamento».

Ma nella Bassa, calabresi “emiliani” e Casalesi “modenesi” non avevano cercato di fare business muovendo i pezzi da novanta delle loro organizzazioni. Avevano scelto di stare nell’ombra, di mandare avanti professionisti compiacenti o aziende del territorio. È il caso ormai noto della Bianchini Costruzioni, ma anche di quello raccontato dalla Gazzetta di un professionista mirandolese attenzionato dai carabinieri per dei sospetti viaggi a Cutro e per dei progetti che mediava con i terremotati, ma che erano firmati da tecnici lontani e senza radicamento in terra nostrana.

Ebbene, i pezzi del puzzle li ha meticolosamente messi in ordine il Maresciallo, sostituto ufficiale di polizia giudiziaria, Emilio Veroni del nucleo Investigativo dell’Arma modenese. Veroni ha infatti reso una meticolosa testimonianza al processo Aemilia, usando la sua lunga esperienza per proiettare la criminalità ndranghetista emersa dall’inchiesta “Edilpiovra” in poi fino all’attualità. Ascoltando le intercettazioni e rispondendo alle domande del pm Mescolini, il militare ha tracciato un quadro desolante di tentativi di radicamento e di business sulle disgrazie altrui: non solo il sisma, quindi, ma anche le difficoltà economiche in cui cadevano imprenditori poi oppressi e sfiniti dalle richieste di risarcimento. Un’analisi spesso contestata dagli imputati, zittiti dal presidente della corte, Francesco Caruso.

Ma nel lungo interrogatorio, il Maresciallo ha anche sostenuto come le barriere anti-infiltrazioni abbiano funzionato in Emilia, facendo riferimento al sistema delle white list, che seppur non completamente impermeabile ha permesso di allontanare sul nascere l’imponente mole di interessi criminali che sulla Bassa erano pronti a fare affari d’oro. (fd)